NA07 – Andrea Giostra – Mastr’Antria

Benvenuti

NA07 – Andrea Giostra – Mastr’Antria

NA07 Andrea Giostra – Mastr’Antria pdf

Mastr’Antria

La mattina presto all’alba, all’età di settantacinque anni, si alzava, si radeva la barba, prendeva il caffè, e a piedi, a passo spedito da bersagliere dell’ultima grande guerra, si recava all’ufficio delle Poste di Giardinello.

Erano cinque chilometri dal suo casolare di campagna.

I primi di ogni mese ritirava la sua pensione di combattente della guerra dell’Impero Romano del Duce per la conquista di Tobruch.

Casolare di campagna si fa per dire, perché da anni, con la nonna Vita e la zia Nina, lì s’erano trasferiti a vivere, a contatto con la vita agreste e con tutti gli animali domestici di quella che ai miei occhi di picciriddu appena rientrato dalla Svizzera, appariva come una giuliva fattoria popolata di cani, gatti, asini, conigli, pecore, capre, maiali, pavoni, tacchini, galline, gallinelle, galletti, tortorelle, piccioni, colombe, insomma, una specie di zoo dei divertimenti era per me quando andavo in campagna da mio nonno a Bonagrazia.

Mio papà, Mastru Pinu u’ finu, come lo chiamavano tutti in paese, perché era un mastro muratore di grande precisione e di raffinato stile artigianale, mi ci portava sempre, ed io felice ero.

Stavo lì a giocare tutto il tempo, anche se c’era il sole cocente e la temperatura arrivava fino a quaranta gradi all’ombra che bruciava l’erba.

Ai grandi toglieva il respiro, ma a noi picciriddi niente ci faceva.

Mia nonna Vita, dalla sua piccola cucina a piano terra che faceva angolo col viottolo d’entrata della fattoria, spostava la tendina a catenelle di plastica dura di tanti colori vivaci che suonava come uno strumento a campanelle, girava lo sguardo che usciva appena dalla frescura della casa per non prendere caldo, guardava a destra, poi a sinistra, mi puntava e diceva…

– Andrea, non ne senti caldo? Entra un pochino e mettiti qui con me all’ombra.
– No, nonna, non ne sento caldo.
– Va bene, fa quel che vuoi allora, gioca e stai attento.

E calando la tendina per non far entrare le mosche che lì erano a migliaia, si ritirava nel suo cucinino a preparare qualche leccornia, a ricamare o a rattoppare calzini.

Io continuavo a giocare in mezzo agli alberi di ulivo, di arancio, di mandarino, di limone, di mandorle, di prugne, di melograno, di pesche gialle, di pesche montagnola, di albicocche, di pino, di palme, di banano… sì, di banano, perché mia nonna Vita anni prima aveva piantato una piantina di banano e questa grande era diventata.

Le banane le faceva per davvero e a caschi pieni pieni, ma non erano banane da mangiare.

Mia nonna Vita, quand’erano belle gialle e mature, le raccoglieva e le dava ai conigli e alle capre della stalla ricavata sul lato destro della casa che mi ricordo aveva una mangiatoia lunga lunga per gli asini, per i muli, per la mucca, scavata a conca nella roccia viva.

Uno dei miei giochi preferiti era quello del fucile a piombini ad aria compressa.

Mio nonno Andrea me lo dava tutto contento perché suo nipote primogenito a sparare bene doveva imparare.

La prima volta che me lo diede mi raccomandò come dovevo impugnarlo, come dovevo mirare e come dovevo sparare alle lucertole che ferme come le statue si prendevano il sole sui muretti di cemento del vialetto che dalla strada comunale portava alla grande terrazza del casale.

Io i suoi consigli li seguivo sempre, stavo attento e mi impegnavo per sparare bene.
Prendevo il fucile a piombini, lo poggiavo con cura sulla spalla destra, poggiavo la guancia destra sul calcio in faggio, puntavo attraverso il minuscolo foro del mirino la lucertola immobile sul muretto, tiravo il grilletto, e nello stesso momento che sentivo il botto sordo dell’aria compressa che mi colpiva la scapola, ammiravo la coda verde squamosa che si rotolava come una trottola, una nuvoletta di polvere, e la lucertola che come un’anguilla, spariva.

Un colpo solo aveva il fucile a piombini e io mai la presi una lucertola.

Solo la coda che si rotolava sul muretto di cemento grigio vedevo.

E ogni volta a bocca aperta rimanevo.
Le lucertole era più facile prenderle con il filo di disa.

Anche questo me lo aveva insegnato mio nonno Andrea.
– Andrea, guarda come si prendono le lucertole.

Strappava un filo di disa dalla macchia cespugliosa, faceva un piccolo cappio nella punta sottile, si avvicinava quatto quatto alla lucertola che tranquilla tranquilla era spiaccicata sotto il sole a quaranta gradi, con precisione gli infilava il cappio in testa, e lesto lesto tirava il filo di disa.

La lucertola impiccata si ritrovava sospesa come sollevata da una grande gru della Lego.

Cominciava ad attorcigliarsi su sé stessa e nonno Andrea mi diceva:

– L’ho presa! Lo vedi come si fa? La vedi la lucertola com’è nervosa? Che vuoi fare? La
vuoi guardare? La vuoi prendere? Oppure la lasciamo scappare?

Gli prendeva la testolina rettangolare tra l’indice e il pollice della mano sinistra, con la destra la teneva sollevata con il cappio di disa, e me la passava.

– Accarezzala, accarezzala, Andrea.

Io a dire la verità, la prima volta mi schifai.
Non la volevo toccare.

Andrea Giostra

NA07 – Andrea Giostra – Mastr’Antria

Lascia un commento