Una donna da scoprire

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Una donna da scoprire: Caterina Guttadauro.

Una donna da scoprire Caterina Guttadauro La Brasca

Una donna da scoprire

 

Caterina Guttadauro La Brasca è nata e vissuta in Sicilia dove ha completato gli studi classici.

Vive da 40 anni a Bologna, sposata è madre di una figlia
medico-psicoterapeuta.

È da sempre amante dello scrivere.

Fa parte dell’Associazione DILA (Da Ischia L’Arte).

È stata nel direttivo dell’Associazione Culturale “Lo Specchio di Alice”dove scriveva sulla Rivista Quaderni ed ha preso parte ad un Romanzo Collettivo, assieme ad altri scrittori.

È stata Relatrice alla Fiera dell’Editoria World book International di Cattolica 2014.

È stata Presidente di Giuria a ben quattro edizioni del Concorso Letterario Nazionale “L’Anfora di Calliope” e confermata Presidente per la quinta edizione.

È stata Presidente per la prima Edizione del Concorso Letterario Internazionale Città di Soncino 2018 e riconfermata per la seconda edizione del 2019.

Giurata al World Literary Price, Concorso Letterario Mondiale itinerante, alla riscoperta delle capitali mondiali.

Recensionista, creatrice ed organizzatrice di eventi letterari nazionali ed internazionali.

Nel 2015 ha ricevuto a Parigi il Premio alla Cultura.

Nel 2017, il 10 giugno, al Concorso Letterario Internazionale ”VOCI” di Abano Terme ha ricevuto la medaglia al Merito del Senato della Repubblica Italiana, per talento e meriti letterari.

Scrive per “il Dispari” inserto del “Mattino” di Napoli.

Scrive per la Rivista parigina “La Voce”, bimensile cartaceo distribuito in tutta Europa solo su abbonamento, Rivista bilingue che diffonde la cultura italiana all’estero.

Scrive per Fattitaliani, quotidiano on line.

In data 27 gennaio 2019 è stata premiata a Roma per essersi classificata al 1° posto assoluto per la Narrativa ed al 3° per il Giornalismo al famoso Premio “Otto milioni” Edizione 2018.

Con i suoi libri è stata presente al Salone Internazionale del Libro di Torino e a Roma alla Fiera del Libro “Più Libri Più Liberi”.

È stata nel direttivo dell’Associazione Culturale “Lo Specchio di Alice” dove scriveva sulla Rivista Quaderni ed ha preso parte ad un Romanzo Collettivo, assieme ad altri scrittori.

I suoi libri, pluripremiati, sono:

Il suo primo libro “La Barriera Invisibile” pubblicato nel 2010, ha vinto il Premio Speciale della Giuria al Premio Letterario Internazionale “Città di Cattolica”.

Nel 2011 ha pubblicato il suo secondo romanzo: “Silenzi d’Amore” che ha vinto nella seconda Edizione del Premio Letterario Internazionale Montefiore, il Primo Premio per la Sezione “PIANETA DONNA”.

Ha vinto il Premio Speciale della Giuria nell’Edizione 2012 del Premio Letterario HISTONIUM.

Ha vinto il Premio assoluto della Critica al Concorso Letterario Internazionale Il Golfo dei Poeti. Questo Stesso libro è stato presentato dall’Autrice al Salone Internazionale del Libro di Torino  e a Roma alla Fiera del Libro” Più Libri Più Liberi” nel 2012.

Nel 2013 ha pubblicato il suo terzo libro “La vita appesa ai muri” che ha vinto il Premio della Giuria al Concorso Letterario Internazionale Città di Pontremoli.

Nel 2015 pubblica “La voglio gassata” libro adottato dall’A.I.L (Associazione Italiana contro le leucemie, mielomi e fibromi) che reca in Copertina il Logo Nazionale dell’Associazione per concessione del Presidente Nazionale Prof. Mandelli. Parte del
ricavato è stato devoluto all’A.I.L. Il libro ha vinto il Primo Premio assoluto della Narrativa nella XXXI Edizione del Concorso Letterario HISTONIUM.

Attualmente è al lavoro al suo quinto libro che è un romanzo storico/saggio, ambientato nel 1940.

Caterina ama dire: “I libri sono come i figli, li facciamo ma non ci appartengono, sono di tutti perché ognuno trova in essi la sua verità”.

Ecco la Sinossi dell’ultimo libro di Caterina Guttadauro La Brasca dal titolo LA VOGLIO GASSATA.

Questa è la storia di Roberta, forse la troverete interessante, forse no ma sicuramente non banale.

Tutto comincia una mattina di un giorno nuovo da vivere e ciò che vede attorno a se la porta a ricordare la sua fanciullezza, le case dove ha vissuto; i particolari anche piccoli, il giardino, i suoi fiori, le sue frequentazioni e le immagini sono così nitide ai suoi occhi da farle rivivere tutto quanto. Comprende che la mente e il cuore hanno una loro memoria.

Una casa calda, accogliente, curata nei particolari da una madre attenta, che aveva buon gusto, non trascurava nessuno dei suoi affetti ed educava i suoi figli vivendo in prima persona ciò che insegnava loro.

Un sottile raggio di sole illumina un pettine azzurro sul comodino e la sua mente si sofferma su una figura che era il suo più grande amore: suo padre.

Un uomo forte,che una malattia lunga non ha privato della voglia di vivere, anche se lo ha costretto all’immobilità fisica.

Tutto ciò che non riusciva più a fare fisicamente con i suoi figli lo faceva con la parola, insegnando e raccontando loro che la vita va vissuta e amata in ogni caso perché è un valore.

Al suo fianco una donna razionale, pratica, che visse con lui sempre, nei suoi ricoveri più o meno lunghi, non lamentandosi mai e, quindi, era preziosa per tutti, soprattutto per i suoi figli che riuscirono a vivere la loro vita nonostante il dolore e la malattia del padre.

Roberta assorbì in pieno dal padre l’amore per la vita, la capacità di lottare e non arrendersi mai.

Tra loro c’era un’intesa che non era solo limitata al legame di sangue, ma ai gusti in comune, alla forza di lottare per ciò che si ama, alla solidarietà e alla fede.

Suo padre non entrò in conflitto con Dio anche se, nei frequenti viaggi a Lourdes, aveva pregato tanto.

Il miracolo per lui era amare, sempre e intensamente ogni minuto di quella vita che, giorno dopo giorno, stava perdendo.

E venne quel momento in cui la casa si svuotò, ma Roberta non conobbe la disperazione della perdita perché l’aveva elaborata in tutti quegli anni.

Con la madre c’era rispetto, ma poco dialogo per la conflittualità che, come spesso succede, c’è tra madre e figlia.

Dopo, da grande, Roberta si rammaricò di non averla aiutata, anche con un gesto affettuoso, a pensare che non era da sola, nonostante avesse perduto il compagno di una vita, il padre dei suoi figli.

Quanta fatica e quanto dolore sicuramente visse, ma sempre silenziosamente.

Era una donna molto concisa, colta, per aver imparato alla scuola della vita; ogni suo detto era un seme che cadeva in profondità.

L’ultima parola fu l’unica richiesta, fatta a sua figlia in tutta la vita: “Pensami”.

Roberta viveva le sue simpatie, i suoi amori giovanili perché era ingorda di vita, non voleva sprecare neanche un minuto, non voleva rapporti banali e non pensava a legarsi per la vita.

Del resto, come poteva se l’amore più grande lo aveva avuto già: suo padre.

L’azienda di famiglia, senza di lui, chiuse e Roberta con il fratello dovettero cercare un lavoro presso un’Azienda.

Roberta non accettò mai quel lavoro, gli fu solo riconoscente per averla fatta incontrare Roberto che poi divenne suo marito.

Lei voleva vivere la vita con leggerezza, restando ai margini del dolore e godere appieno della gioia che la vita le regalava.

Ma arrivò il buio anche per lei, un’ospite sgradevole, dal nome insidioso: Leucemia Mieloide Cronica.

Avrebbe scoperto il valore di ogni singola vocale e consonante di queste parole. L’unica positività: Il Seragnoli, Istituto di Ematologia ed Oncologia del Policlinico Sant’Orsola di Bologna.

il Centro di eccellenza in questo Campo era proprio nella sua città.

La affidarono a un medico che da allora chiamò il suo “angelo/dottore”.

Fu paziente, comprese il suo imbarazzo, la sua paura e le insegnò, affiancandola sempre, a sperare, dicendole che prima per quella malattia si moriva ma in tanti, grazie alle conquiste della ricerca, adesso la superavano.

Cominciarono le sue quasi quotidiane frequentazioni con l’Ematologia, coi farmaci, le indagini cliniche.

Roberta, soprattutto, comprese il valore e le doti umane di quei medici che si schieravano, tutti i giorni, dalla sua parte per non farla sentire sola.

Il suo angelo medico fu anche un bravo Psicologo; ancora non esisteva il Servizio di Psicologia Clinica che oggi è una preziosa realtà.

Le propose di diventare volontaria A.I.L. Aveva capito che aveva bisogno di interessarsi a qualcosa che la facesse distrarre e sentire utile.

Roberta lo fece e la sua attività continua ancora nel Gruppo di sole donne, conosciuto come: “Noi, donne per Bologna A.I.L.” (Associazione Italiana contro le Leucemie, linfomi e mielomi.)

In quel contesto trovò il modo di sentirsi realizzata; avrebbe potuto ricambiare in qualche modo l’aiuto che le veniva dato.

L’A.I.L. (Aiuto, Impegno, Lavoro), come lei lo definiva, una realtà concreta che cura e si prende anche cura dei malati.

Durante quel periodo di volontariato venne a contatto anche di Casa A.I.L., che è una realtà che offre ospitalità gratuita ai familiari e i malati.

Gli esami andavano bene e Roberta riassaporava la vita.

Lei si diceva: “Non contano quanti respiri fai, ma quanti attimi ti hanno tolto il respiro” e dicendolo inspirava a fondo ossigeno e vita.

Era riconoscente al suo angelo/dottore e a tutti quei ricercatori che dedicavano tutti i giorni della loro vita a conoscere in profondità le cause di queste malattie per poterle combattere con efficacia.

Ma non era finita, e dopo cinque anni, una mammografia diagnosticò un tumore al seno.

Di nuovo io,” pensò Robrta “perché proprio a me”, si chiese sull’onda della rabbia e della paura.

Ma la domanda non era quella, doveva invece chiedersi: ”Perché non a me?”

Anche in questo increscioso episodio fu sostenuta dall’oncologa, dal suo angelo/dottore e dal chirurgo che avrebbe fatto l’intervento.

Quest’ultimo spiegò a Lei e a Roberto, con tanto garbo e pazienza della necessità di fare, prima di intervenire chirurgicamente, un trattamento chemioterapico per ridurre le dimensioni del tumore.

Con il conforto e la competenza di tutti, l’intervento fu superato, e Roberta ritornò a casa.

La domenica successiva al suo rientro, ci fu una bella manifestazione: la maratona a favore delle donne ammalate di tumore al seno.

Si chiamava “Race for the cure”, una tre giorni di salute, sport e benessere per la lotta al tumore al seno.

Correvano in tanti, e Roberta riconobbe il suo oncologo, il suo ematologo e il suo chirurgo.

Vederli uniti quella mattina a testimoniare il loro impegno emozionò Roberta che pensò “Se io vivo lo devo a loro.”

Tutto andò per il meglio.

Do la parola a Roberta per rendere maggiormente l’incisività di questo episodio che dà il titolo al libro: Finalmente posso pensare ad un futuro.

Entro in un bar e chiedo un caffè.
Il barman mi pone dinanzi il bicchierino e mi chiede: signora liscia o gassata? Per un attimo la mia mente si assentò e pensai all’opportunità che adesso mi potevo dare: scegliere di vivere ogni momento intensamente e con tutta me stessa.

Risposi: “La voglio gassata.” Quel ragazzo non seppe mai che in quel bicchierino bevevo la mia vita.

Ci vuole raccontare la sinossi di “LA VITA APPESA AI MURI”?

Una giovane giornalista, inviata per lavoro, nelle zone terremotate dell’Emilia, vive un’esperienza che la porta al di là di ciò che i suoi occhi vedono.

Intere case rase al suolo, che occultano vite che hanno protetto per anni e poi….

In mezzo a tanta distruzione si ergono ancora dei muri, qualche parete che ha resistito alla furia della natura e testimonia che non tutto è cancellabile, che ci sono lembi di vita che, con forza disperata, raccontano a chi sa leggerli le loro storie.

Giada scatta delle foto, intervista della gente, tenta di asciugare qualche lacrima ma soprattutto, per la prima volta, fa delle interviste silenziose all’udito di tutti ma chiare e significative a tal punto da lasciarsi spogliare della distanza dai fatti cosa che la sua professione le ha sempre imposto e ascolta, col cuore, la vita vera, quella che è la quotidianità che, in quella circostanza, ha reso eroi della gente comune.

Non si pone il problema, come ha sempre fatto di essere impersonale, di cercare la notizia che può scuotere di più l’interesse del lettore, stavolta sente di dover più ascoltare che chiedere, di cercare con gli occhi quei visi attoniti, quelle parole inespresse e rimaste come dei macigni dentro l’anima di chi incontra tra le macerie.

Quei muri li vede come guerrieri coraggiosi testimoniare come la forza dei sentimenti può sconfiggere quella della natura e Giada pensa che il loro coraggio merita il suo ascolto e la fierezza, con cui si stagliano come paladini di vita, testimonia che a tenerli saldi o parzialmente feriti è stata la forza di ciò che rappresentano, della vita che rende coese le pietre più del cemento.

L’unico elemento che li differenzia è il colore che diventa un elemento distintivo di ognuno di loro.

Si raccontano così cinque storie di gente comune che si trova a diventare, per l’eccezionalità di ciò che hanno visto e vissuto, degli “eroi per caso”.

La prima parete dipinta di verde smeraldo “racconta” la storia di una giovane donna, a servizio presso una famiglia benestante.

La sua ignoranza è pari alla sua forza che, meglio di chiunque altro, la rende ottima collaboratrice domestica.

Tante cose non si sa spiegare e si rifugia nell’immaginario, cedendo a credenze del vissuto popolare che diventano la soluzione ai suoi problemi.

Anche l’amore vero le è ignoto, quello tra una donna e un uomo mentre sa di essere apprezzata e considerata quasi un membro di famiglia… a lei è bastato un colore a cambiarle la vita...

Ivanka, giovane vita, anima graffiata nel corpo e nell’anima da una guerra che, come spesso succede, è voluta da pochi e pagata da tutti.

Coloro che invadono le loro case sono chiamati liberatori e chiedono, in cambio, un prezzo molto alto.

Ivanka vive cose più grandi di lei ma non può, come vorrebbe, sparire perché una vecchia sola, con gli occhi già spenti, la attende in una casa dove nonostante ciò che la circonda c’è ancora un po’ di umanità…

… Un’esperienza personale agevola la conoscenza tra una donna ammalata ed il suo operatore chirurgico.

Un’esperienza vissuta all’estremo come tutte quelle in cui si rischia la vita, mette in luce la nobile professione di un medico che, ogni giorno, combatte la morte.

Il suo campo di battaglia non è il fronte ma una sala chirurgica dove ruota un’umanità sofferente, talvolta senza scampo.

Il dolore, la consapevolezza di rischiare fa emergere i sentimenti più nascosti che creano legami che la memoria salverà dall’oblio… una madre, un marito, quattro bambini che costituiscono una famiglia gioiosa, piena di progetti e di aspettative.

Una malattia ammanta di nero quei quattro pulcini che si sentiranno per sempre puniti immeritatamente.

Francesca vive un mondo di cui aveva sentito parlare ma che le era distante o meglio, che lei teneva a distanza come facciamo con tutto ciò che ci fa paura.

Sofferenza, responsi senza scampo, speranze alimentate da piccoli miglioramenti e poi la resa, dettata da un cuore che si stanca di vivere…

Un nonno e un nipote, due vite che la sorte fa crescere vicini, il passato e il futuro che si nutrono di un presente dettato dall’esperienza e dall’innocenza.

La vita dapprima trionfa dando ad un vecchio un ultimo motivo per vivere e ad un ragazzo l’amore incondizionato, le verità in cui credere, la capacità di perdonare e l’orgoglio di essere onesti.

Cosi un nipote comprende che i nonni sono la  vera storia di un popolo, coloro che hanno indagato la vita prima di noi ed è irriconoscente ignorarli e, in taluni casi, dimenticarli…

… Una signora che vive in una realtà che non è la sua sentimenti che la fanno invidia

Riporto alcuni pensieri di CATERINA GUTTADAURO Caterina Guttadauro in un’intervista dichiara:-

«Parecchi critici mi hanno paragonata ad Isabel Allende e ne sono compiaciuta.

Sì, ad animare le nostre storie è l’amore per la famiglia, focalizzare l’attenzione sulle donne, esaltandone il valore soprattutto nel contesto familiare.

Ci unisce anche la profondità dei legami che sopravvivono al tempo, alla distanza ed alla morte. Come dice Nerudafinché ci assistono la memoria e il ricordo, nulla va perduto anche se ovunque si vada ci si sentirà degli eterni trapiantati”.

Sottolinea che la peculiarità del nord e del sud che compongono la nostra bella Italia è costituita da – fili indistruttibili di vissuto, di immagini, di profumi, sapori e tradizioni che ci legheranno per sempre alla nostra terra d’origine.

La Sicilia, come i siciliani, è una terra di intense passioni, di grande generosità.

Se hai un vero amico siciliano, lo avrai per sempre.

Al Nord c’è più formalità, più distanza nei rapporti ed è meno coltivato il far dono di sé.

In entrambi i casi c’è da imparare ed apprezzare, la scelta è quella che poi si avvicina di più al nostro sentire»

CATERINA GUTTADAURO nell’intervista sottolinea che:-

«L’impegno sociale, personalmente, lo considero quasi un dovere per chi, con il proprio lavoro, raggiunge il cuore di tanta gente.

Dare visibilità e voce a chi non ce l’ha è un gesto di altruismo che ci migliora ed un apporto sociale per chi è in condizione di fragilità, di diversità e, spesso, dimenticato dalle istituzioni.

Oggi c’è più attenzione per queste fasce di umanità ma tanto rimane ancora da fare.»

Ringrazio la giornalista ESTER CAMPESE di questa intervista in quanto ha evidenziato le particolarità creative della nostra amata artista nonché amica dolcissima che trasmette nei suoi scritti l’amore familiare indispensabile per vincere le angosce e le paure dalle problematiche che la vita quotidianamente ci presenta.

Angela Maria Tiberi

Presidente Sede operativa Pontinia Dell’Associazione “Da Ischia L’Arte – DILA”

VIA GIUSEPPE VERDI 39 04014 PONTINIA, Cel. 3205584216

DILA sede operativa Pontinia

“Da Ischia L’Arte”  – Associazione culturale

Bruno-ManciniI6

Presidente

Bruno Mancini

 

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