20250811 DILA APS – IL DISPARI

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Mariapia Ciaghi: Giorgio Rapanelli ospite a Ischia.

Un viaggio oltre il Reno per riscrivere la storia carolingia

Nell’autunno prossimo, l’isola d’Ischia, perla del Golfo di Napoli, ospiterà un evento culturale di grande suggestione.

Protagonista sarà Giorgio Rapanelli, giornalista e studioso indipendente di storia medievale, invitato dall’Associazione DILA APS – Da Ischia L’Arte, per presentare una tesi tanto affascinante quanto dirompente: e se la vera Aquisgrana di Carlo Magno non fosse in Germania, ma nel cuore dell’Italia, nel Piceno?

Rapanelli, che riprende e amplia le ricerche del compianto Giovanni Carnevale, sfida apertamente la geografia ufficiale dell’Impero carolingio e, con essa, l’intera narrazione storiografica dominante.

In questa intervista che mi ha rilasciata in eslusiva per Il DISPARI, l’autore anticipa i temi dell’incontro ischitano, offrendo spunti che mescolano metodo, dubbio e coraggio intellettuale.

20250811 DILA APS – IL DISPARI

D: -Oltre il Reno: viaggio tra storia, silenzi e potere.

Dottor Rapanelli, l’ipotesi di un’Aquisgrana nel Piceno è affascinante e provocatoria. In che modo ridefinisce l’identità dell’Europa medievale?
R: -Le narrazioni storiche sull’Europa medievale sono tutt’altro che neutre. Spostare Aquisgrana dall’attuale Germania all’Italia centrale significa spostare l’epicentro simbolico e culturale dell’Impero carolingio. È un ribaltamento di prospettiva che restituisce centralità a territori oggi considerati periferici nella narrazione ufficiale.

D: –Secondo lei, quanto pesano le costruzioni ideologiche e geopolitiche sulla versione della storia che ci viene tramandata?
R: -Purtroppo molto. Le ideologie e i poteri costituiti influenzano cosa si ricorda e cosa si dimentica. I vincitori scrivono la storia, ma spesso lo fanno per legittimare il proprio ruolo. Le narrazioni dominanti sono frutto di scelte: sottolineano certi eventi e ne ignorano altri.

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D: –Come si concilia il metodo storico con il silenzio delle fonti?
R: -Il silenzio può essere eloquente. L’assenza di documenti su eventi rilevanti non va ignorata: può indicare rimozioni strategiche, o raccontare un’altra geografia dei fatti. Anche ciò che manca è fonte, purché si abbia l’attenzione di ascoltarlo.

D: –Quali insidie si nascondono nell’affidarsi a traduzioni e sintesi delle fonti?
R: -Tradurre è interpretare. Un errore, anche involontario, può stravolgere il senso di un documento. Giovanni Carnevale conosceva le lingue originali delle fonti – latino, greco, tedesco – e questo gli permetteva di lavorare con un rigore che molti altri, affidandosi a traduzioni, non possono garantire.

 D: –Lei critica la “storia per autorità”. Qual è l’antidoto a questa tendenza?
R: -Il pensiero critico. Non si può accettare una tesi solo perché proposta da un’autorità accademica. Occorre verificarla, confrontarla, metterla in discussione. La storia non è fede, ma ricerca.

 D: –Qual è il valore dell’interdisciplinarità in ricerche storiche controverse?
R: -Altissimo. Le fonti scritte non bastano. Servono archeologia, climatologia, toponomastica, filologia. Solo intrecciando questi saperi si può avvicinarsi a una verità storica più sfaccettata e fondata.

 D: –Che ruolo ha il dubbio metodologico nel lavoro dello storico?
R: -È il suo carburante. Senza dubbio non c’è ricerca, solo ripetizione. Il problema è che i paradigmi consolidati rassicurano, ma spesso imprigionano. Solo il dubbio può spezzare queste gabbie.

 D: –Come può una narrazione dominante trasformarsi in dogma culturale?
R: -Quando smette di essere discussa. Una verità storica, anche se fragile, può diventare indiscutibile solo perché continuamente ripetuta. È un fenomeno pericoloso, che soffoca il dibattito e marginalizza letture alternative.

 D: –Se si accreditasse la tesi di un’Impero carolingio centrato sull’Italia, cosa cambierebbe?
R: -Non solo la mappa simbolica dell’Europa, ma anche il riconoscimento del ruolo italiano nella formazione dell’identità europea. Non è una questione di orgoglio nazionale, ma di verità storica da ristabilire.

 D: –Che tipo di dialogo dovrebbe instaurarsi tra storici accademici e indipendenti?
R: -Un dialogo vero, privo di pregiudizi. Il confronto dovrebbe essere costruttivo, basato sul merito delle tesi, non sul curriculum di chi le propone. La scienza, anche quella storica, progredisce solo se si confronta apertamente con l’“eresia”.

 D: –In un’epoca dominata dall’infotainment, come si può raccontare la storia con rigore e al tempo stesso con efficacia?
R: -Non si deve scegliere tra rigore e chiarezza. Si può essere precisi senza essere noiosi. Una narrazione storica ben costruita è come un edificio: solido nelle fondamenta, ma bello da vedere. Gli storici devono imparare a parlare anche fuori dalle mura dell’accademia.

 D: –Come interpreta il silenzio delle fonti sul viaggio di Carlo Magno verso Roma?
R: -È un’assenza troppo pesante per essere casuale. Può indicare che il percorso non fu quello canonico o che certi eventi si volevano nascondere. È un vuoto che invita alla ricerca, non all’indifferenza.

 D: –Quali potrebbero essere le ricadute culturali e politiche di un “baricentro carolingio” spostato verso l’Italia?
R: -Potrebbero essere significative. Non riscriverebbero la storia politica, ma quella culturale sì. Aiuterebbero a riequilibrare una narrazione europeista spesso troppo germanocentrica, restituendo dignità e centralità a territori dimenticati.

 D: –Infine, qual è il suo invito ai lettori quando si confrontano con la storia, specie quando questa è piena di incertezze?
R: -Di non cercare certezze, ma senso. La storia non è un libro chiuso, ma una mappa in continua riscrittura. Solo chi accetta di perdercisi dentro può davvero scoprirne i tesori nascosti.

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20250811 Il Dispari tutto

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Chiara Pavoni: incipit di Pina Farina

Anime sommerse

Anima mia, ci sentiamo soli oggi, più che mai. Sospesi in un vuoto insostenibile. Tra cielo e terra. Annichiliti di paura, all’ombra dei nostri inconsistenti vuoti di spirito. Bisognosi d’essere amati, più che di amare; compresi, più che di comprendere, in perenne attesa che accada qualcosa di bello o brutto che sia, piuttosto che alimentare la speranza e mettere a fuoco il nostro atavico potenziale creativo e spirituale.

D’altra parte, le cronache quotidiane non fanno altro che porci dinnanzi ai disumani e feroci effetti di quella «scienza esatta persuasa allo sterminio» come grida Salvatore Quasimodo in ‘Uomo del mio tempo’. Uno sterminio che è andato ben oltre le deportazioni, i lager e la morte ‘perfetta’ di milioni di innocenti sul finire del secondo conflitto mondiale.

Ora, quella scienza esatta, sembra addirittura aver affilato ulteriormente le sue armi radicandosi in ogni angolo del mondo. La velata copertura di un certo benessere materiale non ci ha preservati dall’essere, comunque, piuttosto infelici e, in questo senso, la ‘leggerezza dell’essere’, che ha caratterizzato la nostra vita di fughe e distrazioni mondane non c’è stata di grande aiuto. Anzi. Dal dopoguerra ad oggi la vita emancipata di una minima parte di ‘fortunati’ a discapito dei tre quarti di mondo meno progrediti (ancor oggi si è forse ignari che l’1% della popolazione mondiale possiede più del restante 99), non ci ha risparmiato nessun dolore e ha favorito l’amplificarsi di un’inquietudine esistenziale forse mai vissuta prima d’ora. Quella morte di Dio, preannunciata da Nietzsche e che prende il nome di nichilismo, a tutt’oggi costituisce il virus incurabile e contagioso dell’uomo contemporaneo. Un batterio, lento e inesorabile, insinuatosi fin dentro di Te. Sommersa, sotto una coltre di supponente psicologismo che ne ha svuotato il senso intrinseco di appartenenza al ‘Logos’, lo Spirito; ridotta ad una mera funzione d’effetto emotivo (in molti testi musicali e nella pubblicità), hai perduto quell’aspetto mistico, spirituale e pertanto, filosofico, mitico e poetico che faceva di Te il ‘luogo’ della ricerca e dell’incontro con Dio. Sono molte le ragioni che hanno concorso a condannarti, da troppo tempo, ad una funzione secondaria e marginale nel percorso esistenziale dell’essere. Di questa lunga riflessione con Te non voglio farne un discorso per dotti, esperti studiosi delle scienze umane (che peraltro costituiscono una categoria quasi del tutto estinta), i quali parlano, teorizzando soluzioni astratte e astruse sui come e sui perché girando alla larga da un mondo lontano dalle loro tavole rotonde o dai festival di filosofia. Anch’essi prigionieri di questo vulcano mediatico in eruzione riversano le loro frustrazioni dentro una storia che appare sempre più sfilacciata come un vecchio pullover eroso dal tempo.

Tutto ciò accade, Anima mia, mentre tu, da oltre due secoli, vieni bandita dai convegni; ignorata dai giornali; confinata nelle vecchie biblioteche; mortificata dal disvalore che ti abbiamo attribuito e perciò spogliata delle tue ali. Prima o poi dovremo riaprire il processo che ti ha condannata ad un così lungo esilio dalla storia, sacrificando con la tua, la nostra stessa libertà; prima o poi si dovranno tirare le somme di questa assurda e grottesca vittoria mutilata: la conquista di un certo progresso scientifico e tecnologico a discapito della magia dell’ignoto, degli sguardi poetici, degli abissi inesplorati. Accadeva prima, quando tutto era più lontano e si bussava alla tua porta per guardare alle cose da più vicino. Un tempo ormai remoto, in grado di preservarci dalla brusca caduta nel burrone, dove sembra che oggi stiamo precipitando. Prima o poi, dovrai uscire dal guscio, aiutarci a rileggere la vita, ricontattarti nel profondo, per un tentativo di guarigione da questo straziante male di vivere e dalla promessa fallita di un’incondizionata felicità. Scienza, tecnologia e denaro, salutati con orgoglio dal superbo ottimismo, ci avrebbero liberati dal peso di un’esistenza martoriata dal dolore e dalla morte. Niente di più falso.

Pina Farina

ha insegnato per molti anni nella scuola pubblica come docente di materie letterarie e storico-filosofiche. In qualità di formatrice del MIUR ha seguito centinaia di docenti nell’acquisizione di competenze socio-pedagogiche e collaborato con Enti pubblici e privati con progetti finalizzati al contrasto e al contenimento del disagio adolescenziale e adulto. È tuttora impegnata nella ricerca, l’approfondimento e la divulgazione di contenuti storico-sociali, filosofici e poetici attraverso le sue numerose opere.

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Moreno Celletti

MIO PADRE

Sei stato
una presente
pesante
assenza.
Un esempio
per
non saprei dire bene
cosa.
Ti ho voluto bene
credo.
Per te
persona
più che per te
padre.
Mi hai voluto bene
più per me figlio
credo.
Che per me persona.
Ti ho deluso
certo.
Mi hai deluso
certo.
Hai vissuto la vita tua
preservandola
con cura
dalla presenza mia
e dei miei fratelli
un asceta egoista.
Non ti ho visto morire
una malattia distratta
ha spento il tuo sogno
d’eternità.
Nel mazzo di cipolle
estratto dall’orto
che tenevi in mano
come un figlio
fotografai la tua
felicità.

——-°°°°——–

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Antonella Ariosto

ALESSIO

Oggi il sei di giugno
nove anni Alessio
e in un batter di ciglia
rivivo attimi e emozioni
dal giorno della tua nascita
ad oggi.

La gioia che hai portato
non ha adeguate parole
e se guardo il tuo visino
tenero e birichino
si allaga il mio cuore
di felicità.

Ti seguo nel tuo crescere
dolce ma tenace
deciso e volitivo
con i tuoi grandi occhi
sognanti e intelligenti.
E allora piano prego
a modo mio
perché la vita ti possa regalare sogni
e la realtà di realizzarli.

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DILA & IL DISPARI 2023 Redazione culturale

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Bruno Mancini

Bruno Mancini scrittore

Bruno Mancini Presidente DILA APS

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