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Alfio Cartalemi
Avevo solo 14 anni
Abusata.

La vera storia di abusi sessuali nella Roma degli anni ’70.
Squallidi individui messi alla gogna dalle “Iene” nella trasmissione del 5 ottobre 2025

Avevo solo 14 anni
La protagonista Grazia Distefano,

all’epoca quattordicenne siciliana trasferita a Roma con la famiglia, non fa sconti con parole e, attraverso precise ricostruzioni degli abusi subiti, non urla ma non nasconde le infamie e le violenze perpetrate da individui tuttora in vita.

Cuore forte e mente lucida sono gli anelli che intrecciano il racconto, partecipazione emotiva allo sdegno saranno gli elementi che indurranno i lettori a chiudere il libro solo alla parola fine.
Presto in libreria in una edizione curata da Bruno Mancini, Presidente della Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS”
In copertina un quadro di Mara Concetta Leone

Formato A5, 80 pagine, 16.00 euro.
Copie numerate, datate e firmate, in prenotazione SOLO fino al 30 agosto 2026, al prezzo speciale di 16.00 € comprese spese di spedizione contattando l’Autrice al whatsapp:
Grazia Distefano
+39 324 633 6505

IL LIBRO COMPLETO IN LETTURA GRATUITA
Alfio Cartalemi
Amichevoli commenti
Alfio Cartalemi
Giornalista
Sotto il Cupolone, mentre si celebravano liturgie solenni tra ricchi paramenti e canti gregoriani, Filippo Neri si prodigava per salvare i ragazzi più fragili dalla corruzione e dalla miseria morale dei potenti.
Poco più in là, lungo la Salaria, la Nomentana o verso Cinecittà — strade dove ancora sembra sentirsi l’odore del latte caprino della campagna romana — Pier Paolo incontrò il suo assassino.
In quei luoghi sospesi tra sacro e violenza, tra innocenza e brutalità, può accadere anche che una bambina di quattordici anni incontri, come una moderna Cappuccetto Rosso, il proprio lupo.
O forse più di uno.
È così che mi viene da rappresentare il racconto di Graziella: una domenica mattina, un cappotto verde nuovo, appena indossato per andare a messa.
Dopo, a soli pochi passi da un luogo sacro, l’ingresso improvviso nell’oscurità, tra le grinfie dei lupi.
Nei molti anni trascorsi come cronista, collaborando con diverse testate, raramente mi era capitato di imbattermi in una storia tanto dura e dolorosa.
Eppure Graziella non ha scritto questo libro come un semplice esercizio letterario.
Certo, il testo è ben costruito, intenso, capace di coinvolgere il lettore senza indulgere mai nella retorica o nella commiserazione.
La crudezza dei fatti emerge con forza proprio perché raccontata con misura.
Per questo non posso che ringraziare l’autrice per avermi dato l’opportunità di leggere in anteprima un’opera così autentica.
Ciò che invece indigna è altro: il silenzio delle istituzioni. Dopo il servizio televisivo andato in onda alle “Iene”, possibile che nessun magistrato abbia sentito il dovere morale di riaprire quella ferita, anche a distanza di cinquantacinque anni?
È difficile pensare che quel “Mauro” capo banda non fosse abituato a trascinare ragazze nell’ombra per abusarne.
E viene inevitabile chiedersi se, dopo la denuncia di Graziella, non sarebbero potute emergere altre vittime.
C’è qualcosa di profondamente incivile in un Paese che lascia soli i più deboli.
Mi domando perché un omicidio volontario non debba andare in prescrizione, mentre uno stupro — che uccide l’innocenza, devasta il futuro e spezza per sempre la serenità di una ragazzina — possa invece essere consegnato all’oblio giudiziario.
Ancora oggi riemergono piste e sospetti sul delitto di via Poma; si continua a cercare verità e giustizia.
Perché allora non dovrebbe valere lo stesso principio per una bambina di quattordici anni vittima di violenza?
Graziella ha fatto bene a scrivere questo libro, un’opera che possiede molteplici significati.
Lo ha fatto per sé stessa, per dare forma e voce a un dolore metabolizzato nel tempo.
Lo ha fatto anche per la persona a cui dedica il libro, “che con il calore della sua mano nella mia è stato lo scudo” di trentacinque anni di vita condivisa.
Fa male leggere di una ragazzina che come tante altre magari sognava Roma come la città delle opportunità, della crescita, dell’emancipazione, e che invece si ritrova schiacciata dalla solitudine e dal desiderio del suicidio, incapace di integrarsi con i coetanei e con la scuola.
Oggi, fortunatamente, molte cose sono cambiate: la scuola è diventata più attenta, un presidio umano e sociale capace di intercettare il disagio attraverso insegnanti, psicologi e assistenti sociali.
Ma negli anni 70 non era così.
La tenerezza emerge soprattutto quando Graziella racconta i luoghi della sua infanzia, quel cortile dove esisteva tutto il suo mondo pulito, il profumo del pane appena fatto, la semplicità degli affetti.
Lei non avrebbe mai voluto lasciare quel piccolo universo protetto.
Anche la scuola, ai miei tempi, era ancora rigidamente legata ai programmi gentiliani, spesso incapaci di comprendere i drammi interiori degli adolescenti.
Il bullismo era – ed è ancora oggi – è una piaga silenziosa e difficile da estirpare.
E Roma città eterna, per quella ragazzina, “non era amica, ma crudele”, fino a moltiplicare il desiderio di sparire.
Come non comprendere allora quel silenzio, quella tristezza, quel senso di estraneità?
Non era una ragazza musona o ribelle: era semplicemente una bambina incompresa, persino da una madre severa che non le permetteva di indossare quelle zeppe tanto amate.
Dentro di lei cresceva soltanto il desiderio di tornare alle origini, nel luogo dove si sentiva ancora felice.
E poi arriva quella maledetta domenica mattina: dopo un atto sacro, quando pensi che Dio sia con te, invece ti ritrovi abbandonata alla violenza.
E poi dici: “Il mio corpo non mi apparteneva più.”
Una violenza protratta per mesi.
“Non avevo voce, non avevo peso, non avevo un briciolo di dignità da difendere.”
Il silenzio imposto non era complicità, ma puro istinto di sopravvivenza.
La minaccia — “non parlare con nessuno” — la trasformava in ostaggio della paura.
E Graziella non era affatto la “bambina sbagliata”: non conta come fosse vestita, non conta la sua incapacità di ribellarsi.
La colpa apparteneva soltanto agli orchi.
“Non dire niente a nessuno, altrimenti diciamo che sei una mignotta.”
Era questa l’arma dei carnefici: la vergogna inoculata nella vittima, il silenzio trasformato in catena.
Tra le pagine più intense vi è forse quella in cui l’autrice, già mamma, guarda a sé stessa quattordicenne, con uno sguardo finalmente colmo di compassione: non rabbia, non pietà, ma il desiderio di abbracciare quella bambina e domandarle come abbia trovato la forza di continuare a camminare, a respirare, a tornare a casa ogni giorno con un segreto che le premeva contro le costole e le bruciava dentro.
Eppure, nonostante tutto, da quella sofferenza nasce anche un desiderio di riscatto: diventare una professionista capace di aiutare chi aveva vissuto gli stessi drammi e, per vergogna o paura, era rimasto in silenzio proprio come lei.
Questo libro non è soltanto una testimonianza dolorosa.
È anche un atto di coraggio civile.
Perché rompe il silenzio, restituisce dignità alla vittima e ricorda a tutti noi che certe ferite non appartengono al passato finché non trovano ascolto, verità e giustizia.

Grazia Distefano a Ischia
Progetto editoriale dell’Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS”
Copyright 2026 – prima edizione
ISBN 978-1-291-67096-7
TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI A GRAZIA DISTEFANO
Immagine copertina di MARA CONCETTA LEONE
INFO DILA APS: dila@dilaaps.it
dilaaps@pec.it
Tel: 3914830355 (tutti i giorni dalle 15 alle 22)
L’Associazione di Promozione Sociale DILA APS potrà concedere, a pagamento, l’autorizzazione a riprodurre una porzione del presente volume.
Le richieste di riproduzione andranno inoltrate a dilaaps@pec.it
Con la collaborazione di:

INTERNO 4 di

Chiara Pavoni

IL DISPARI testata giornalistica di

Gaetano Di Meglio

Associazione ADA di Dalila Boukhalfa

Casa Editrice BookSprint Edizioni di

Patrizia Palombi

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