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Un racconto di Bruno Mancini
L’ESTATE
CON LA PARRUCCA
Ischia 1964
Introduzione
Non è mio compito dare chiavi di lettura per un libro che, non avendo avuto lo scopo di essere accettato, né quello di essere riconducibile in una qualsiasi logica, resta e vuole restare disarticolato, contorto, intrigante.
Tuttavia posso dire che in questa storia, ho voluto sfumare i contorni tra “mitici emblemi” quali per esempio: “Essere ed esistere
Anche altri labirinti, altre parrucche, altre grotte, altri libri, altre soluzioni, altri intrighi, altri dubbi, altri nodi, ne hanno continuamente turbato il percorso, ma tocca a voi svelarli.
Un piccolo consiglio: leggete lentamente per evitare indigestioni!
A dopo.
Dalla PARTE SECONDA ecco l’inizio del
CAPITOLO 20°
Ed io aspettavo che l’orologio della chiesa suonasse un’ora e poi entravo: il cancello, il viale, il portone, le scale e poi la vedevo, bellissima, immobile nella penombra che non riusciva a nasconderle il sorriso.
La nostra notte si svegliava improvvisa in un bacio, in quel cercare profondità di passioni racchiuse, in un bacio, davanti ad una porta socchiusa, senza fine, senza passato e senza futuro, per qualche ora, almeno. E poi varcavamo la porta, senza rumore, e la baciavo ancora come la prima volta, piano, dolce, il viso, gli occhi, sfiorandola, fino alle labbra e ancora fuggiva il ricordo di ogni cosa, svaniva, in quel cercare profondità di passioni racchiuse e ci abbracciavamo senz’altra volontà che quella di vivere attimi uguali.
S’apriva una vestaglia, restava nuda come la stanza, bianca, con un seno da bambina chiuso nel cavo di una mano.
«Ti amo.»
«Ti amo.»
«Ti amo.»
«Ti amo.»
E poi la baciavo, come la prima volta, gli occhi, le labbra, piano, dolce, sfiorandola.
E tutte le parole più belle ritrovavano un senso, la forza di mostrarsi libere e vere.
Una stanza in alto, al livello del ciuffo di un pino, sopra un giardino di rose, rivolta all’alba, vuota, piccola, bianca, con due finestre, sopra il pino e sopra la strada e il giardino.
Quel percorrere insieme, nella prima notte, l’ultima serie di scale, ogni gradino, ogni parola, ogni sospiro, ogni sguardo, tutto.
L’ultima volta, quando salii da solo lei non c’era più nella penombra e non era più nella stanza, né in casa, né venne, né la vidi, né ebbi la forza di rimanere.
«Pronto»
«Ciao»
«Come stai? E’ successo qualcosa? Ieri sono venuto».
«Sì sì, sì lo so, ma scusami, ho vergogna a dirtelo, quando me ne sono accorta volevo prendermi a schiaffi io stessa. E’ che mi sono addormentata.»
«Quando non ti ho vista ho avuto paura. Temevo avesse scoperto tutto. Non riuscivo più ad andare avanti.
L’immaginavo dietro ogni porta, ad ogni angolo.»
«Io per aspettare devo spegnere la luce, altrimenti si insospettisce e non potrei salire di sopra, e così ieri sera mi sono addormentata.
Avrei voluto darmi tanti pugni.»
«Stasera?»
«Si ma facciamo prima. Mezz’ora prima.»