Rubrica Il Dispari sette agosto 2026

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Rubrica Il Dispari sette agosto 2026

Rubrica Il Dispari sette agosto 2026

Grazia Distefano |GENTILEZZA – WATH IS IT?

L’essere umano spesso pensa che per farsi strada serva fare la voce grossa, e occupare spazio a tutti i costi per non finire schiacciati.

Coloro che rispondono con garbo o semplicemente dicono”grazie” guardando negli occhi, vengono spesso liquidati come ingenui o, nella peggiore delle ipotesi, deboli.

Siamo davvero sicuri che le cose stiano così?

A guardarci bene attorno, la realtà è molto diversa: essere gentili oggi richiede un coraggio immenso.

Credo sia una scelta di rottura rispetto alla corrente che padroneggia.

È troppo facile cedere all’insofferenza, rispondere male a chi ci taglia la strada nel traffico, o scaricare la stanchezza di una giornata no sul primo malcapitato.

La reazione stizzita è quasi un riflesso automatico, una scorciatoia che non richiede alcun pensiero.

La gentilezza, invece, richiede presenza.

È quel secondo di pausa prima di replicare a una provocazione, è la decisione consapevole di interrompere la catena del veleno e non restituire il rancore che ci è stato tirato addosso.

C’è un dubbio di fondo che andrebbe chiarito una volta per tutte: la gentilezza non ha nulla a che vedere con l’essere “buonisti” o con l’essere remissivi.

La gentilezza non è debolezza, è pieno controllo di sé.

Saper mettere un paletto fermo, difendere la propria posizione con fermezza, ma senza mai alzare la voce o offendere, dimostra un’autorevolezza e una forza interiore che una scenata d’ira e cattiveria non potrà mai avere.

Chi è davvero sicuro della propria identità e del proprio valore non ha alcun bisogno di prevalere sugli altri per sentirsi qualcuno.

Poi c’è un aspetto quasi invisibile, un effetto contagioso che tutti abbiamo provato almeno una volta.

Quando ti capita di incrociare una persona che ti dedica un piccolo gesto inatteso — una porta tenuta aperta mentre hai le mani occupate, un sorriso sincero dal bancone del bar — avverti qualcosa che si scioglie dentro.

Non ti cambia l’esistenza, questo è evidente, ma cambia la qualità dell’aria attorno a te.

Modifica la prospettiva della giornata e, quasi senza accorgertene, ti spinge a replicare quel gesto con chi incontrerai subito dopo.

Il punto di partenza più difficile però si trova vicino a noi, e cioè: come parliamo a noi stessi quando falliamo qualcosa?

Siamo quasi sempre dei giudici spietati con i nostri sbagli?

Se non impariamo a concederci un po’ di comprensione per primi, la cura verso gli altri rimarrà soltanto un esercizio di facciata, uno sforzo innaturale destinato a durare poco.

In un mondo che premia costantemente chi sgomita, chi strepita e chi cerca di imporsi ad ogni costo, scegliere il garbo è l’atto più controtendenza che ci rimanga.

Non fa clamore, non guadagna le prime pagine, ma resta la sola forza in grado di tenere insieme i pezzi delle nostre giornate.

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Liga Sarah Lapinska – Lettonia

DOVE FIORISCONO LE ROSE SELVAGGE

Quelli che non accettano la felicità, pagano con la troppa solitudine.

Un pescatore di nome Petar aveva tre figli.

Una maga predisse che Drago, il più giovane, sarebbe stato elogiato come un eroe e avrebbe commesso un errore irreparabile.

Sotto una quercia, tra le rose selvagge, Drago vide una piccola fata vestita in panni candidi e lunghi: la ragazza più bella che avesse mai visto.

Lei gli prese la mano conducendolo a casa di Petar.

Ma il padre aveva promesso Drago, così carino ma non pragmatico, a una vecchia, ricca e rapace contessa, la strega Alessandra.

Comunque, Petar, aveva cambiata idea.

I matrimoni dei tre fratelli furono celebrati nello stesso giorno, nel Solstizio estivo.

La fata, chiamata Vila, baciò il suo sposo e il mondo fu subito trasformato in una fiaba chiamata vita reale.

Vila passava molto tempo con Janko, il figliolo di suo fratello maggiore Nikola.

Insieme avevano preparato alcuni estratti di erbe curative.

Vestita in nero, una dama misteriosa si avvicinò al villaggio e bussò una o più volte alle diverse porte.

Già stanca, a tardi sera, venne rifiutata dall’albergatore Damyan.

Da lui in quella notte soggiornavano cinquanta anime e la dama nera bussò cinquanta volte a quella porta

Poi raggiunse una modesta taverna.

Il cordiale Lavro subito aprì la porta e le offrì il tè di salvia.

Fermandosi davanti alla casa di Petras, lei, non volentieri, bussò solo una volta.

Vila frequentava l’albergo di Damyan e salvò la reputazione dell’albergo perché solo due degli ospiti morirono, poiché lei curò tutti gli altri.

Ritornato dalla pesca, Nikola avvertì Vila che Drago si era sentito girare la testa e si era lasciato cadere sulla spiaggia.

Vila corse subito verso la spiaggia.

Sorella mia,” la dama nera sorrise a Vila “quando i mortali possono essere più felici di noi immortali, qualcuno di noi si sente indignato. Lascia morire quel ragazzo se tu sei capace di amare un altro.

Drago si trasformò in una lucertola, e Vila la premette delicatamente, poi si trasformò in un serpente, poi diventò un pezzo di ferro tutto in fiamme. Però Vila manteneva Drago, durante tutte le sue metamorfosi, strettamente tra le sue mani e vinse la morte. Ed ecco, di nuovo, il pescatore Drago tra le sue mani.

Dopo più di sei anni tornò la strega Alessandra.

Alessandra offrì a Drago la coppa con cognac avvelenato, non per ucciderlo, ma preparato in modo che lui dimenticasse quelli che lo amavano.

Vila, vicino a suo marito, diventava sempre più piccola ogni volta che Drago guardava negli occhi della strega.

Alla fine, Drago non sentì più vicina sua moglie.

L’ampia finestra del palazzo era aperta.

Un cigno bianco volava via.

Mentre Drago era ancora sotto l’influenza del veleno, si sposò con la strega, ma ben presto fuggì e cercò solo lei, sua unica, per il resto della sua vita.

Visitò la quercia, l’albero del mondo, e vagò nella sua barca leggera, osservando un cigno bianco volare nel vento sopra di lui.

Tra la terra e il cielo, gli alberi, splendevano nella luce notturna d’argento.

Drago sentì avvicinarsi la morte.

Il cigno scese rapidamente, allargò le ali e si rivolse a Vila.

Lei aveva sentito ogni notte Drago chiamarla e desiderava sempre tornare da lui.

Quelli che non accettano la felicità, pagano con la troppa solitudine.

Un cigno bianco insieme a Drago, come due angeli custodi, ora proteggono l’amore delle coppie innamorate.

Rubrica Il Dispari trentuno luglio 2026

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Liga Sara Lapinska fa parlare Ajub Ibragimov (Germania)

Il mio credo artistico

Non creo quadri, creo situazioni.

Le mie opere d’arte nascono dal processo di trasformazione, dalla materia, dall’energia e dalla percezione.

Ciò che altri chiamano caos, per me significa il movimento di struttura.

Il cerchio non è solo una forma, è la fonte degli inizi.

È il punto della vita, il nucleo dell’energia e il riflesso dell’essenziale.

Non mi interessano le ripetizioni e le inversioni.

Non mi interessano i ritratti naturalistici o le nature morte, così come altre dimostrazioni di maestria senza un’idea e senza uno scopo.

L’arte è come un percorso dal passato al futuro e ritorno, ma, a differenza delle strade e delle autostrade del nostro pianeta Terra, in questo caso la cosa principale non è la destinazione o le tappe intermedie, ma il percorso stesso sotto i nostri piedi, lo stesso cammino e le impressioni che ci lascia.

Il presente è più simile al passato e al futuro insieme, ma il presente non sarebbe possibile senza il passato, così come non lo sarebbe senza il futuro.

Il presente e l’arte dovrebbero possedere una certa preveggenza sul futuro, sul nostro domani, lasciando spazio al Mistero e cercando di non indovinare tutto, affinché la creazione e la vita risultino più interessanti, intense e belle.

Mi interessa ciò che accade nell’interazione tra materia e sentimenti.

Ogni opera è un processo, non un risultato.

Del resto, ognuno interpreta il risultato di un’opera in modo diverso.

Ogni superficie porta con sé tempo, tensione e cambiamento.

Ho lavorato con molte, dalla fluid art di Ebru e la pittura a olio classica, fino ai colori acrilici, che permettono di lavorare velocemente, e all’arte digitale, che mi fa risparmiare moltissimo tempo prezioso.

È uno strumento di lavoro e un mediatore, proprio come le mani dell’artista, un mediatore tra il lato pratico dell’arte e l’idea, senza la quale l’arte sarebbe solo un’immagine, un’immagine speculare o una rievocazione.

Preferisco i colori puri e luminosi: bianco, oro, blu mare, il blu scuro del cielo notturno, rosso energico, ma non il nero, perché il compito di un artista, a mio avviso, è quello di allontanare, non di provocare, depressione e lutto.

Credo che un artista, non meno degli amanti dell’arte, abbia costantemente bisogno di mostre e pubblicazioni per avere uno stimolo a continuare a creare.

L’obiettivo principale di una mostra o di una pubblicazione si raggiunge quando l’amante dell’arte – lo spettatore stesso – diventa creatore.

La creazione è piacere, processo, movimento, ogni volta che si creano i propri simboli dal caos primordiale, si rievocano simboli dimenticati, si riproduce l’energia della luce nell’oscurità, il cielo con pianeti e stelle, l’oceano o il fondale marino, le stalattiti nelle grotte, le gocce di rugiada sui fili d’erba, le antiche torri di guardia e le astronavi che un giorno raggiungeranno quei luoghi apparentemente lontani che sognavamo da bambini.

L’arte non è decorazione, non è meramente estetica, non è superficiale, proprio come il linguaggio che parliamo.

È sempre multidimensionale.

I linguaggi dell’arte uniscono il visibile al tangibile.

Non seguo modelli.

Seguo il momento che crea il miracolo dei miracoli umano del Presente.

Rubrica Il Dispari ventiquattro luglio 2026

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Bruno Mancini scrittore

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