Giovanni Cellammare “Pisolini”

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Giovanni Cellammare “Pisolini”

Ischia 27 Giugno 2015

Giovanni Cellammare, 67 anni, aggredito a Fiaiano il 7 giugno scorso.è morto nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Nocera Inferiore (dove era stato ricoverato dopo il pestaggio ricevuto presso il Bar NIk, nella piazza di Fiaiano) dopo 19 giorni di coma senza aver mai ripreso conoscenza. Troppo estesa era l’emorragia cerebrale. In quell’ospedale vi era stato trasferito in elicottero la sera stessa dell’aggressione, quando le sue condizioni erano apparse subito gravissime. L’aggressore, Nicola Cenatiempo, accusato di lesioni personali gravi, è agli arresti domiciliari così come deciso dal giudice per le indagini preliminari Nicola Quatrano che convalidò l’arresto nelle ore successive ai fatti.

Sono triste.

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Ischia 8 Giugno 2015

Dichiarata la morte cerebrale di Giovanni Cellammare

Per la serie “Esopo news”

La notizia dell’aggressione, e dell’attuale morte cerebrale, di Giovanni Cellammare ha smosso poco più che niente il pachidermico disinteresse per le vicende non personali che appiattisce le coscienze civiche della nostra isola d’Ischia.
Giovanni Cellammare, ha avuto l’unico torto di aver offeso la società civile (sic!) facendo il massimo del male a se stesso per aver accettato, quando era forse ancora adolescente, le lusinghe dei venditori di illusioni -spacciatori di droghe e di false realtà – rispettati e temuti da molti pavidi e da tanti collusi.

Durante i primi ann ’60 Giovanni Cellammarei era un ragazzino, curioso ed attento, simpatico e discreto, che correva dietro me ed intorno al gruppo di noi “grandi” che gli apparivamo, forse, come vettori di condivisibili ipotesi di una visione dell’arte e della cultura non accademica e non formale, ma strutturata su sentimenti e sensazioni.

Verso la metà degli anni ’60 lo persi di vista e solo molti anni dopo seppi che aveva avuto seri problemi esistenziali.

Una decina di anni fa venne, intenzionalmente, a trovarmi nel bar che gestivo, ma tanta fu la mia pena nel vederlo, distrutto mentalmente seppure recuperato fisicamente dai demoni delle droghe, che lasciai solo a lui la parola mentre diceva in continuazione “Ti ricordi quando… ” snocciolando fatti e persone che io avevo in parte rimossi.

Come ha potuto fare un uomo molto più giovane di lui ad usare tanta violenza da ucciderlo (perché “Pisolini” è ormai clinicamente già morto) non riuscirò mai a capirlo.

Durante alcuni mesi a cavallo tra il 1963 e il 1964, mentre vivevo a Bologna cercando di sfuggire ad alcune chimere e cercando di capire quale direzione indicare alla mia vita, scrissi il mio primo racconto in prosa: “L’Estate con la parrucca”.
Si trattava della rielaborazione, tra fantasia e realtà, di un’estate vissuta negli estremi stati emotivi che spesso, in quei tempi, scaturivano dall’incontro tra la gioventù dell’isola d’Ischia e l’altra, a volte meravigliosa meteora, approdata qui da noi nel contesto dei flussi turistici provenienti da località italiane ed estere.
Giovanni Cellammare, allora mio amico, poi ragazzo ed uomo docile e sfortunato, oggi massacrato di botte nell’isola d’Ischia dall’inqualificabile violenza del cinquantaseienne Nicola Cenatiempo, è il “Pisolini” di questo capitolo del racconto “L’Estate con la parrucca”

Giovanni Cellammare – .Giovanni Cellammare – Giovanni Cellammare

Giovanni Cellammare

Giovanni Cellammare – Giovanni Cellammare

L’ESTATE CON LA PARRUCCA
PARTE PRIMA
CAPITOLO 2°

«Tu stasera che fai?»
«Nien-te. Per oggi è rotto l’equilibrio tra esperienza e traduzioni dell’esperienza. Le cose potrebbero schiacciarmi. Non ho una schiera di volontà capace di fronteggiare quella dei fatti e delle persone comuni.
Allora le banalità rimangono banalità e mi affliggono.
Tu hai visto, ha cacciato la tessera “Quando potrai capire queste cose ce l’avrai anche tu. Ma lasciamo andare, cambiamo argomento. Ti piace quel culo?”
Come se potessi parlare solo di culi! C’era da prenderlo a pugni. Ma come “Cambiamo argomento”! Quello è pazzo.»
«Non te la prendere è fatto così, io lo so, lo conosco».
«Ma è fatto male, bisogna che cambi. Non può rimanere in una società civile. “Cambiamo argomento; ti piace quel culo?”: parlava col cane “Stai zitto, pensa ad abbaiare”. Come se avesse avuto a che fare con uno del suo stesso gruppo.
Vedi, non è che incolpo quella gente perché ha quelle idee, e tanto meno perché le manifesta, Voltaire diceva -ed io l’ho accettato come un comandamento- “Non condivido le tue idee ma non permetterò mai a nessuno di non lasciartele esprimere”, ma gran parte di quella gente ha tutto un abito, un modo di sputarti in faccia delle insolenze, che li caratterizza e li rende così distanti da chiunque possegga un poco solo di intelligenza e di sensibilità.
No, stasera, rimango seduto e bevo pomodoro.
Mi sento troppo triste. Perché l’ho capito. Non l’avessi capito per me sarebbe stato solo sbalordimento.
Non posso stare in compagnia di tutti questi complessi, quando ormai mi colpiscono perché non so schivarli e racchiuderli in una sfera che li isoli e li renda analizzabili come qualcosa di interessante, di speciale, di caratteristico, qualcosa di intrigante ma non dannoso.
Come un circo, lo guardi, ti entusiasmi, il trapezio, le belve, il fiato sospeso, ne sei preso, le buffe comiche, sorridi, ridi, i cavalli, è certo tutto spettacolo, e tutto è davanti ai tuoi occhi, pronto, meraviglioso, interessante.
Ma se tu sei attaccato ad una fune e rotoli nella ricerca di un’altra fune, e se le tue mani tremano nell’attesa di appigliarsi ad altre mani, allora le cose cambiano se sei tu che frusti i leoni a saltare nel cerchio di fuoco. Guarda, se rimango seduto con questo pomodoro, questo blocco di carta e questa penna, la mia tristezza mi rimane attaccata e non m’è di peso, rimango fuori dal circo e il circo non esiste. Ma se con essa volessi mettermi in esplorazione sarei un uomo che, entrato spettatore, si ritrova a volteggiare. Un minuto, due minuti, poi la tanto amata terra sarebbe resa rossa dal suo sangue. Qualche secchio d’acqua, una barella, qualche gridolino isterico, tutti in piedi, ed un po’ di parole sui giornali più vicini. Tutto per colpa di quel deficiente, stavo così bene prima.
Ero quasi felice. Ho visto “Pisolini”.»
«Davvero?»
«Sì gli ho detto se stasera si fa vedere. Gli faccio conoscere una ragazza dai capelli neri e dagli occhi enormi.»
«Se fosse più grande m’innamorerei.»
«E fallo, che t’importa.»
«Ma se avrà al massimo quindici anni.»
«E a te?»
Passa e ripassa lenta e dinoccolata. La gente dalla pelle scura e dai vestiti chiari. S’ode rumore di scarpe trascinate, di zoccoli, una risata impertinente. Non esistono bambini. I vecchi sono altrove. La gioventù di cento ere si guarda e si conosce e si mormora un bacio o una promessa. Un rifiuto. L’alba della notte è tutto movimento. Trovarsi dentro, bisogna, quando saremo vicini ad essere stanchi in compagnia nel luogo adatto. L’alba della notte è nello sventolio di rossi e di gialli e di celesti.
«Che t’importa? Ti piace quel volto astuto, vivace, prendilo. Prova. Glielo dici -in modo che non si faccia illusioni- e godi quest’altra esperienza.»
«Certo se avesse un paio d’anni in più! Farei follie!»
«Ma se avesse un paio d’anni in più sarebbe Giulio, sarebbe Marco Luciano Enrico Francesco,» -io grido- «o chi altro qualsiasi, ma non “Pisolini”, “Pisolini” ha quindici anni una figura snella e piena e quel ciuffo di capelli biondi a coprirgli quasi gli occhi. Ha degli occhi stupendi e ti piace. E sembri una piccola bambina che ha paura di scandalizzarsi di ciò che fa.»
«Non è che mi scandalizzo!»
«Allora è perché hai paura di scandalizzare gli altri? Sarebbe vergognoso da parte tua.»
«Non so come spiegarti ma… »
«Bah, si vede che non ti piace molto.»
«Sai che facciamo? Io sto peggio di te. Andiamo da Luigi.»

Bruno Mancini

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