Antonio Mencarini legge le poesie Il Battito – Delphis – Gilda – Credevo – di Bruno Mancini

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Antonio Mencarini legge le poesie Il Battito – Delphis – Gilda – Credevo – di Bruno Mancini

Il Battito – Delphis – Gilda – Credevo

Dalla raccolta di poesie
“Non sono un principe”
(2012 – 2014):

Il Battito

T’ho scorta
martoriarmi con l’amico
-ho consumato suole per seguirti-,
e tu, nel film di quel dolore,
andavi a sperperare la tua pace.

T’ho vista
come sempre offrirmi fiori,
-lo sguardo aguzzo-
sfacciatamente trasparente
carta velina scopriva la tua ansia.

Ti udivo.
soliloqui d’irsuti anatema,
-recettori di suoni molesti-
nel pianto di un presente
che ti pareva non aver mai fine.

Ho consumato le suole delle scarpe
la vista aguzza
recettori di suoni molesti
mentre il divino
lentamente
tornava negli abissi del suo nulla.

Collima il mondo dei contrari,
aliena, è solo la speranza.

Dalla raccolta di poesie
“Non sono un principe”
(2012 – 2014):

Delphis

Franco Compagnone

Era un amico delle mie poesie
il timoniere
mai brusco e mai sciocco
protettore dei delfini.

Franco diceva a me:
“Tu sei poeta”.

Il Faraone,
il Mare, è regno vita e regno morte,
è sfida
senza basi di ritorno.

Franco ancora
è.

Nelle notti delle nostre veglie.
forse ieri o forse mai,
strambando, cazzando,
sgusciando tra bitte, boma e parabordi.

Corridoi e letti di ospedale,
per un sollievo alle nostre mamme.

Dalla raccolta di poesie
“Non sono un principe”
(2012 – 2014):

Gilda

L’unica!

Forte fracasso,
nella stagione onnivora
del “Forse voglio”.
Andavo a braccia alzate
scalzo,
occhi nel manto
di nebbie, di sorrisi e di ricordi,
pirata senza zaffi per Sirene.

E Gilda lì.

Cosciente d’incoscienza
l’amore si degnava di aspettare.

Dalla raccolta di poesie
“Non sono un principe”
(2012 – 2014):

Credevo

“Ho scandagliato anfratti
grigiastre fenditure
malsane sudditanze per la mente
-la mia,
la tua di te che non lo sai,
la sua di chi m’amava,
l’altra del bischero-,
i sensi atrofizzati
in dormiveglie indotte,
lombrico nella mela…
per scrivere poesie”.

Credevo.

“Ho carezzato muschi
verdognoli tappeti
esuberanze futili ai margini del cuore
-il mio,
il suo di lei che non capiva,
il tuo di te che sempre amavi,
l’altro della battona-,
la mente assente
dalla pelle respirando colori,
piumino incipriante gole…
per scrivere poesie”.

Pensavo.

“Fascicolo brogliacci
fogliastri ammuffiti
salvati dai mille traslochi di vita
-la mia,
la mia che non ho smesso di donare,
la mia che non ho smesso di godere,
la mia d’Ignazio-,
il mondo fuori stanza,
mi scopro uomo in giro
tra fronzoli e pepite…
per scrivere poesie”.

E sono.

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