Lucilla Trapazzo

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Lucilla Trapazzo

Poesie di Lucilla Trapazzo

Burrnesha (l’ultima vergine giurata)

Un sol gesto ed è in terra la veste
reliquia di donna. S’arrende
ai tuoi piedi la treccia ribelle
di fieri riflessi di rame.
Acerbo il tuo seno. Ne sfiori
la pelle color melograno e
lo avvolgi. Due bende crudeli
costringono il fiato. Piegato il velo
da sposa che fu di tua madre, già sogno
di mela e cannella custodito da canfora.
Un frammento di vetro riflette
le gote tremanti sul letto
calzoni consunti in attesa
di pelle di latte. Lontano un coro
di voci e lamenti. Tuo padre
è composto nella stanza più grande.
A stento una sciarpa amaranto
nasconde quel fiore di grumi di sangue
memento di caccia selvaggia.
Sei sola a serbare l’onore di casa,
famiglia e contado. Domani
di fronte agli anziani
con occhi di ghiaccio
negherai d’esser donna.
È una lotta, un baratto per la tua libertà.
Cantine fumose di raki e sudore
ti aspettano con ventre per sempre infecondo.
La legge di valli montane e fiumi impetuosi
è scritta nel sangue da tempi remoti
– una vergine sola vale solo sei buoi. –
Domani sei uomo. Per l’amore una mano
sospiri e tormenti nel letto
da sola.

Nell’Albania rurale, sin dal Medioevo, le donne sole non avevano onore, i loro beni venivano dismessi e non erano protette contro le violenze. Una sola strada rimaneva loro: giurare di restare vergini per sempre. Le vergini giurate diventavano i patriarchi delle loro famiglie, con tutti gli oneri e gli onori dell’autorità maschile.

DILA

Presidente Bruno Mancini

Lucilla Trapazzo

Salmodia

Dondola dondola bimba cannella
tintinna in argento il sorriso di latte.
Dondola piccola sull’altalena
raccogli del gioco il piano infinito.
L’ora si addensa tende la mano.
Si sbriciola il nome. Si spezza la fune.
Sei sposa regina. Sei sposa bambina
mia mandorla acerba coperta di oro.
Straziante il violino che stride che miete
silenzio.

Svegliati vento che pieghi il canneto
scatena tempesta di rena e di ghiaccio.
Afferrala vento che riempi le spighe
fa che non senta fa che sia lieve.
Scioglila vento che spargi sementi
e levala in volo in campi di sole
di grano maturo di fiocchi di stelle.

Aprite le porte squarciatemi il grembo
è rossa la notte diruta anfisbena.
Aprite le porte versatele miele
è scritto nelle spezie il nome.
Aprite le porte donatele bambole
Aprite le porte straziate il mio
ventre. Aprite le porte.
Aprite le porte.

 

Lucilla Trapazzo

NOCTE-DIE

Discrasia

Questo è giorno di cielo
e di spine. Da tempo è alto
il sole, la terra invoca mare
e margherite. Il racconto invece
abbaia. È pervicace e inciampa
in mancanza di armonia.
Certe viola di pervinca e l’azzurro
di elicriso sono a repentaglio
in cattiva mescolanza d’ombra
e luce. L’uccello della notte geme.
Non smette di artigliare in verso
ombroso e squarcia itinerari
alberi e persone che trova sulla via.
Ora si condensa e nasce ancora
e ancora stagna lapislazzuli di stelle
il pensiero artritico.
Ne ho misericordia. Già l’alba
luce antica è all’orizzonte
immensa. Impavide violette
nella neve. Nell’istante azzurro.

Motu proprio

Verrà di nuovo la luna leopardiana
con voce fiammeggiante a riparar
di bambole i visini. Per te che collezioni
storie, di miele gronda desiderio
in questa notte gialla di Van Gogh.
Un’eco raminga al di là della soglia.
Amara. Di tempo che piega il canneto
che porta la pioggia. Non oltre.
Stanotte con i cubi in grembo dorme
il mastro puppeteer. Stanotte l’emozione
vince ai dadi. Partorito un giorno
(entro sogno onnipotente) il cigno
di cristallo surge al suono malva dei bulloni
e invoca piume e neurotrasmettitori.
È in fermento corrusco la pelle del mondo
trafitta da memoria di universo. Nel grano
il cri-cri sconfinato rivela quanto indarno
sia cantare alla luna aliena.

 

Folgorite

Dunque, ora cogli le rune di tuono e i monili
di nembi di vetro, de-cifrando del sistema
il segno.

Lo so, la luna nel secchio è frammento
di mare – gibigiana. Ma tu
muovimi ancora una volta a occhi chiusi
ancora stanotte in delubro oscillante
senza tuberi o chiodi. È solo un nericare
di ragni e di pulsioni.

Domani, poi. Ci penseremo poi.
Sì. Si schiuderanno ancora le fanciulle
(callipigie) al meriggiare tenue tra spighe
azzurre colme di origami.

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