Per Aurora – volume quinto – Così fu PARTE 1 CAPITOLO UNDICESIMO

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Per Aurora – volume quinto – Così fu PARTE 1 CAPITOLO UNDICESIMO

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Per Aurora – volume quinto – Così fu PARTE 1 CAPITOLO UNDICESIMO

CAPITOLO 11

Ieri.

Soltanto ieri sera alle 20 sono uscito frastornato dallo studio del Notaio Vittorio Tramontore con una chiave di ferro, che dovrò decidere se riconsegnargli, al massimo entro le 20 di domani, o trattenere assumendomi determinate responsabilità, e con
-«Una chiave, ideale, idonea a che si apra – lui ha detto – la corretta lettura per una parte ignota della sua vita: la parola “CAPIRE”.»
-«Una parte ignota della mia vita?»
-«Appunto».

Quindi, come ho accennato all’inizio, ho serrato le porte in attesa di muovermi verso i luoghi delle mie origini. Metaforicamente, praticamente, completamente.
Prima di partire da Roma avevo prenotato l’alloggio presso un albergo di costruzione recente situato sullo sperone sporgente al confine tra la baia di Cartaromana ed il promontorio di Punta San Pancrazio.
Una scelta non casuale ma voluta per il desiderio di una notte serena, di silenzio assoluto infranto unicamente dalla risacca, dagli sbuffi dello scirocco lungo le pendici della collina ricoperta da ginestre (ginestra, fiore amato dalla mia donna) in piena fioritura, e da qualche sporadico monotono rimbalzare dei richiami che forse i grilli, forse le prime cicale, forse i gatti in amore, forse gli uccelli notturni, forse i roditori, avrebbero utilizzato per riconoscersi e difendersi.
Aspettando che mi fosse servita la cena al tavolo sulla terrazza a strapiombo sul mare, ho chiesto un gin tonic ed un sacchetto di anacardi, mi sono seduto nell’angolo meno illuminato, ho allungato le gambe poggiando i piedi tra i ghirigori formanti il disegno della ringhiera a pelo del baratro, ho socchiuso gli occhi, mi sono chiesto fino a che punto sarei stato in grado di ricordare, ricostruire, collegare, ed ho così iniziato il conto alla rovescia che avrebbe mutato il senso della mia vita portandomi, mediante una consapevole decisione, adesso a scriverne, ed in seguito ad indirizzarmi verso conclusioni difficili, ma ancora una volta coerenti con i sentimenti ai quali non ho mai inteso rinunziare.
Il primo pensiero conseguente è stato “Un solo gin tonic, venti anni fa, avrebbe rappresentato poco più di una goccia per la smoderatezza della mia ingordigia”: banale, pur risultando fondato su una indiscutibile verità.
Una certezza, senza dubbio, come il sapere che la cascina della quale avevo ricevuto la chiave dal Notaio sarebbe stata rasa al suolo, con il semplice gesto di chi prema il pulsante collegato ad una carica di dinamite, all’indomani della eventuale riconsegna che mi ero impegnato a non effettuare oltre quarantotto ore.
Una certezza, senza dubbio, come il sapere che avrei potuto impedirne la demolizione accettando di assumermi la responsabilità della sua conservazione nelle esatte attuali condizioni, interni compresi, e non esclusa alcuna parte dell’arredamento, suppellettili, ninnoli e cianfrusaglie inclusi.
Banale, come pensare che essa, la cascina, non avrebbe avuto fretta d’essere riscoperta da me, visto che ciò comportava la non peregrina e grave ipotesi della sua immediata distruzione.
Intanto, ricordandola come la vedevo tornando di corsa da scuola, ho rimuginato la dolorosa eventualità che un mio rifiuto sarebbe stato determinante a che fossero aggredite, da chi sa quale modernismo, anche le tante collaterali composizioni scenografiche pregne di affinità con i nostri, a volte, intensi individuali turbamenti.
Nostri, cioè miei e di Gilda, poiché gli altri, tutti gli altri con i quali ho convissuto la parte della mia vita che si è svolta all’interno della cascina – ponendo tra loro, in primo piano mia madre morta e mio fratello gemello mai più tornato da quando partì per combattere le ingiustizie del mondo – ormai li consideravo definitivamente collocati nel mio passato.
Ho finto di estraniarmi, mi sono proposto nella veste professionale di un analista, mi sono interrogato ed ho abbozzato alcune risposte incerte e non esaustive.
“Mi si chiede l’autorizzazione a demolire l’icona della nostra fanciullezza?
O forse, meno semplicisticamente, mi si induce ad agire, non solo al fine di convalidare l’irreversibile distruzione materiale dell’ultimo baluardo che tiene insieme squarci del nostro passato, ma infine perché io esprima l’accettazione alla cancellazione della visione idealizzata composta da tutto quanto rimane di ciò che ci unì?
Io, inflessibile iconoclasta, presumo che non dovrei avere remore a consentire che sia demolito il totem.
Io, irriducibile sentimentale, sono invece certo che scatenerò feroci conflitti tra il mio cervello e la mia anima se, insieme al nostro feticcio, dovrò eliminare anche le mie emozioni. Purtroppo è così.
Già sento atroce il rimpianto ed un senso di colpa”.
Nel mio immaginario, la casa non aveva fretta d’essere riscoperta.
Anzi essa, pur avendo la precisa cognizione che prima o poi sarebbe stata aggredita da ogni moderna novità, continuava, discreta e dimessa, ad attendere, con serena rassegnazione i giorni a venire.
Ciò mi turbava nonostante l’evidente sofferenza causata dall’abbandono e dalla decadenza senza tempo di cui pativano parti importanti delle antiche opere effettuate per creare sì certo le forme estetiche del casolare, ma che in seguito erano divenute essenziali affinché si coniugasse la totale radicazione della cascina in tutto il luogo nel suo complesso attraverso quei profondi processi di formazioni emozionali, anche sentimentali e patetici, che sarebbero con fluidezza sfociati nelle nostre, di Gilda e mie, complici intese. Non dubitavo che il poggio verso il quale mi sarei recato stamattina alla prima luce del sole avrebbe potuto attendere. Io no.
Io soffrivo il malessere occulto del provvisorio.
Il frenetico pigiare del pulcino che tenti di uscire dall’uovo. Tra un sorso di gin tonic ed una boccata di sigaro Branca, ieri, l’approccio con il mio passato ha avuto inizio ricordando che ero nato tra la notte e l’alba dell’ultimo giorno di Aprile in un casolare ischitano aggrappato alla cresta calante dal Cimitero nuovo di San Michele fin giù all’altro Cimitero in disuso e che circonda, anzi abbraccia, da tre lati la chiesa di Sant’Anna nella baia di Cartaromana.
In piena guerra mondiale.
Eppure, l’impulso cognitivo del ritorno alle origini che mi aveva perseguitato durante ogni momento di pausa riflessiva, a partire da bambino, come potrebbe essere stato il voler stabilire il giorno della settimana della mia nascita, l’ora e la temperatura esterna, e finanche il cercare di evidenziare qualche caratteristica specifica del luogo o delle circostanze del parto o di altri simili particolari, già per me non era più sufficiente a soddisfare la tanta incertezza generale ormai intenta a braccarmi, dopo il colloquio con il Notaio, per spingermi verso un “CAPIRE” enigmatico ed estremamente offuscato dal tempo trascorso.
Ieri sera, in un abbozzo di confronto tra le varie teorie sul creato, affrontando il tema dell’ipotetico artefice, sono stato sul punto di confondere ulteriormente certezze e banalità se non si fosse intrufolata, spingendo per farsi spazio, la carcassa del grande dilemma, “CAPIRE”, foriera di altre ore insonni.
Ho ripreso un filo più logico, forzando i ricordi – e le considerazioni ad essi riferibili – a presentarsi seguendo una pur minima parvenza di progressione temporale i cui risultati potrei così sintetizzare:
“Ho conosciuto mia madre per tutto il tempo necessario a porle domande e riceverne risposte sempre più offuscate dal tempo, ma ugualmente sempre più disinibite in quanto favorite dalle nostre età ormai adulte.
Se da bambino alla mia curiosità lei rispondeva che mio fratello ed io eravamo stati trovati sotto lo stesso cavolo, oppure insieme nel nido di una cicogna in fondo ad un campo di grano, poi, da ragazzo, i suoi racconti facevano coincidere la mia nascita con sbarchi americani, bombardamenti, rifugi antiaerei, corse precipitose, scarsità di cibo, coperte avvolte sulla testa come unica difesa dalle schegge, pianti, dolori, morti, moribondi, feriti, vita precaria appesa al filo d’imponderabili accadimenti, si salvi chi può… è scoppiata una nave carica di munizioni… per l’esplosione un carro armato è stato scagliato fin quasi al Vomero… brandelli di carne umana dappertutto, tranne in America, tranne in America, tranne in America”.
Le fortezze volanti oscuravano continuamente il cielo sorvolando le nostre terre per compiere le loro “Missioni”.
E giù tonnellate e stratonnellate di bombe e stramaledette bombe per liberarci dal “MALIGNO” demone della dittatura.
Oggi in Iraq, ieri in Viet Nam, oggi ed ieri in Afganistan, domani in SIRPIA in IRASCA in CUBACHIA CAMBOSCINA.
Loro non hanno mai fatto uso di strumenti coercitivi verso la volontà popolare?
La pena di morte?
La schiavitù?
Le persecuzioni politiche?
Il razzismo?
Le sopraffazioni economiche?
Ghettizzazioni per sesso?
Presidenti corrotti?
Intrighi politici?
Schifezze?
Omicidi di stato?
Clero pedofilo?
Servizi segreti sputtanati?
Monica… Pompadau?
Marilin… Borgia?
Loro appartengono al nobile apparato democratico dei giusti giustizieri, dei fieri paladini, dei moralissimi moralisti sgancia tori dell’ENOLA GAY

6 Agosto 1945.

Ammirai tanto il coraggio del mio gemello Ignazio, quando ci lasciò – ormai posso dire per sempre -, dichiarando che andava a combattere in difesa dei popoli oppressi!”
-«Avvocato, la cena è servita».
-«Grazie, sbarazzi pure. Non ho più fame ma sete, tanta sete e tanta voglia di contare le stelle…
Mi porti un gin tonic, grazie».
Neppure adesso, a cosa fatte, sarebbe facile inserirla, Gilda, con connotati essenziali in quegli anni amorfi nei contenuti e stupidi nelle forme.
Dov’ero quando nacque?
Ero nella sala d’attesa, insieme a mia madre che andava e veniva freneticamente da una stanza all’altra portando bacili d’acqua calda e tovaglie bianche, oppure camminava nervosamente, rumoreggiando, quasi contando i passi a voce alta dall’ingresso all’ultima porta in fondo al corridoio… e lo ricordo tutto piastrellato per mezzo di mattonelle esagonali, poste inseguendo linee parallele alle pareti, che apparivano del tipico colore grigio ottenuto mescolando in acqua, ora lo so, calce, cemento, pozzolana, con l’aggiunta di un pugno di polvere raccolta intorno alle pareti prevalentemente di creta formanti i margini dei sentieri verso l’Eremo del Monte Epomeo.
C’era scritto SALA TRAVAGLIO.
Non conoscevo quel termine TRAVAGLIO, non mi spiegavo il nervosismo di mia madre, e neppure davo peso ai gridi che arrivavano, quantunque smorzati, ben oltre le sedie di plastica rossa poste in due gruppi di quattro intorno alle pareti della minuscola saletta fino a riempirla quasi del tutto.
Seduto, silenzioso, composto, leggendo l’ultima avventura di Topolino contro Gambadilegno, non mi era concesso sapere che mia madre si trovava lì, ed io con lei, nella attesa che la ”Signora Aurora”, la reale “Dominus” del paese, partorisse Gilda.
Gilda, da lattante non era stata la più carina neonata della maternità, da bambina non veniva vezzeggiata come la più bella figliola della famiglia “Dominus”, da signorinella, alta e smunta, non richiamava gli sguardi appetitosi dei maschietti del rione.
Da quando, e come fosse avvenuto in lei il cambiamento fisico che mi dava i brividi finanche nel ricordo, non mi sembrava di averlo mai esaminato.
Eppure, a ripensarci, ero stato certo importante durante tutta la sua vita, dalla culla alle calze a rete, ma anche disperatamente incapace di percepire i flussi di attenzioni tipici delle diverse aspettative connaturate alla sensibilità delle sue differenti età, e ciò poiché li lasciavo sempre rimbalzare sugli schermi protettivi che alzavo a difesa delle mie convinzioni.
Dovrei, ma non posso.
Inventarmi una ragione per eludere il bisogno d’entrare nel covo dei ricordi sbiaditi perché lasciati, da soli, alle intemperie cadenzate secondo il monotono rincorrersi di stagioni assolutamente uguali da un anno all’altro, alle muffe nercrofobe degli insetti e dei piccoli animali – roditori, lucertole, bisce – vissuti tra le pieghe dei mobili e dei lumi e dei ninnoli sulle credenze così come nei massicci cassetti
mai chiusi a dovere, alle polveri screanzate venute su da chi sa dove e penetrate attraverso gli interstizi tra gli infissi e tra le canne fumarie dei camini: memorie abbandonate come figli tra i cassonetti dei rifiuti.
Dapprima per scarso amore e poi per il collare di ferro che impone al vinto il vincitore.
Potrei, ma non voglio.
Scontrarmi con la mia coscienza ed accettare l’inizio e la fine, il guado e la stenosi, la fiera ribellione e il docile, accattivante ozio, tutti i passaggi segreti, ogni caduta nei pozzi dei desideri, miracoli, tradimenti, egoismi; ammettere, appunto, l’inizio e la fine dei giorni e delle notti che io solo conosco io solo ammansisco, io solo uccido.
Il nocciolo duro che respinge le mie pavide titubanze e mette a nudo l’inconsistenza delle mie aleatorie prese di coscienza, il nerbo crudele che mi fustiga verso lo spazio antico e noto, contro spezzoni di azioni già fatte, nel buio visibile oltre il portone di legno massiccio, il sibilo lancinante che dalla mia testa m’impone di andare per “CAPIRE”, è il dubbio.
Lo stesso dubbio.
Sempre lo stesso dubbio.
Sempre lo stesso dubbio di quando partii.
Sempre lo stesso dubbio di quando partii con un sacco vuoto di cose ma pieno di speranze.
Ormai è l’alba, la terra non torna indietro.
Il sole attende immobile.

Per Aurora – volume quinto – Così fu PARTE 1 CAPITOLO UNDICESIMO

Dedica

La menopausa di mia sorella

Conversazione fra un totano ed una pantegana

CAPITOLO PRIMO

CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO TERZO

CAPITOLO QUARTO

CAPITOLO QUINTO

CAPITOLO SESTO

Così fu

PARTE 1

CAPITOLO PRIMO

CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO TERZO

CAPITOLO QUARTO

CAPITOLO QUINTO

CAPITOLO SESTO

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CAPITOLO NONO

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PARTE 2

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CAPITOLO 2

Poesia sporca

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Per Aurora volume quinto di Bruno Mancini

seconda edizione

Version 5 | ID r99qmg

ISBN 9781471068423

Bruno Mancini
ISBN 9781471068423
Versione 4 |  ID r99qmg
Creato: 31 ago 2022
Modificato: 31 ago 2022
Libro, 100 Pagine
Libro stampato: A5 (148 x 210 mm)
Standard Bianco e nero, 60# Bianco
Libro a copertina morbida
Lucido Copertina
Prezzo di vendita: EUR 14.00

Titolo Per Aurora volume quinto
Sottotitolo Alla ricerca di belle storie d’amore
Collaboratori Bruno Mancini
ISBN 9781471068423
Marchio editoriale Lulu.com
Edizione Nuova edizione
Seconda edizione
Licenza Tutti i diritti riservati – Licenza di copyright standard
Titolare del copyright Bruno Mancini
Anno del copyright 2022

E allora la bacia con violenza. Sulla bocca trattenendole la testa – come una bambola di pezza -, sul collo comprimendole le guance – come il morso per una cavalla-, sul seno acerbo – strappandole stoffe e bottoni.
“Lasciami bastardo. Vigliacco bastardo”.
E allora la getta per terra – come un sacco di roba vecchia -, le blocca le gambe – come un lottatore di judo -, le lega i polsi- come uno stupratore -.
“Lasciami bastardo. Vigliacco bastardo, Non farlo”.

Per Aurora volume quinto

seconda edizione

Racconti

La menopausa di mia sorella

Così fu

Info: Bruno Mancini

Cell. 3914830355 tutti i giorni dalle 14 alle 23
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