Per Aurora – volume quinto – Così fu PARTE 1 CAPITOLO TREDICESIMO

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Per Aurora – volume quinto – Così fu PARTE 1 CAPITOLO TREDICESIMO

CAPITOLO 13

Adesso che la retrospettiva del fatuo e del vanesio si dibatte all’interno del collo dell’imbuto formato, per un bordo, dalla infallibile ricostruzione totale fatta da sensi ignoti che superano il limite della memoria, e per un altro orlo, dalla debole intraprendenza che il rispetto per la verità impone alla sincerità ed all’orgoglio della mia passione, adesso dunque mi resta meno arduo assecondare l’impulso assassino verso il frastuono incontrollato delle attese giovanili.
E lascio statica una scena nella quale Gilda, ancora seduta sul gradino di pietra ruvida e grigia, avvolge un lembo della gonna intorno all’indice della mano sinistra – le ginocchia quasi fino al mento, le rose stampate sulla stoffa di cotone accartocciate tra le pieghe e le cuciture-, e nella quale sono io che manco.
I topi e le blatte, nel salone polveroso e fuligginoso, non si limitavano a considerare quello un luogo proibito per il cui accesso si sottintendessero numerosi controlli e prudenze, ma, per la loro quotidiana frettolosa ricerca di cibo, lo frequentavano come un luogo di transito simile alle moderne piazze principali di ogni di sobborgo.
Dove la gente va e viene, e l’insieme d’impettiti funzionari e lerci barboni, di atleti e di disabili, si muove in un continuo intrecciare contatti superficiali e quasi sempre privi di contenuti.
Altra cosa rispetto ai paradigmi che ci siamo tramandati relativi alla Agorà.
Le piazze sono state pulsanti di vita fino a quando non esistevano ancora le automobili per poi degenerare in semplici o complessi punti di svincolo in funzione dei mezzi di locomozione.
La piazza era vita, quando non esistevano né le cabine telefoniche né i cellulari, e quando gli appuntamenti, programmati con congruo anticipo, si usava fissarli nel luogo
comune per antonomasia all’angolo della piazza.
Quei luoghi erano animati di vita, quando i bambini giocavano senza guinzagli, quando gli anziani utilizzavano bastoni e non badanti extra comunitarie, e quando le belle di giorno e di notte diffondevano tracce di profumi parigini in locali poco distanti sia dagli edifici adibiti ad ambienti di culto e sia dai locali attrezzati per la pubblica amministrazione, e quando gli uccelli, per riposare di notte, avevano disponibili distese enormi di boschi e di pinete e non cercavano, in migliaia, provvisori disagevoli rifugi nei quattro alberi centenari che oggi disegnano il perimetro degli spazi adibiti ad isole pedonali.
Ricordo Piazza Maggiore nel giorno in cui fu nazionalizzata la produzione e la distribuzione di energia elettrica.
Il fermento di voci al passaggio dello strillone che annunciava l’evento.
Fu molto simile all’agitarsi dei fagioli nel pentolone senza coperchio ribollente sulla fornace di carboni che mia madre, di tanto in tanto, alimentava con un ventaglio di paglia nella cucina attigua al salotto.
Nel novero delle pseudo allucinazioni cataloghiamo di norma ogni nostra esperienza personale che non abbia conforto nei più ampi riscontri di una consistente parte della collettività.
Tuttavia, fin quando si tratti di percorsi semplicemente mentali, fantasiosi o sognanti che siano, i nostri interlocutori appaiono sempre propensi a benevoli ascolti e ad indulgenti interpretazioni, mentre, nei rari casi in cui un tale, qualcuno, riferisca il materializzarsi di una situazione pratica, tangibile, oggettiva, inspiegabile per le conoscenze del momento, ecco che scattano sistemi di auto difesa collettiva i quali, se pure non apportando benefici al progresso generale delle conoscenze comuni, tuttavia permettono la stabilizzazione di apparati atti ad avviare coprifuochi preventivi, e finanche essi, in casi estremi, attivano apposite strutture cui affidare il disorientato protagonista per la cura di presunte malattie mentali.
Penso al polpo che, in un giorno particolare, stanai senza procurargli alcun danno fisico da una grotta ricavata nella fenditura di due macigni precipitati dalla parete sovrastante la baia di Cartaromana a seguito d’interventi speculativi.
Lo trasportai con la massima delicatezza fino a riva, accettando la pressione delle ventose procurata dal suo difensivo avvolgersi al mio braccio.
Giunto a riva, lo immisi in una vasca trasparente, non tanto profonda, ma ben sufficiente a contenerlo tutto, ebbene, mi fermai a notare che il polpo restava quasi costantemente con la testa fuori acqua.
Rimasi stupito, non perché stessi assistendo ad un atteggiamento sconosciuto, ma per l’improvvisa consapevolezza che non avrei mai tentato di dare una spiegazione a tale modo di agire forse solo apparentemente contraddittorio con la natura marina del polpo.
Con l’intento di assegnare un preciso contenuto di analisi comportamentale ai mutamenti delle sue azioni, preparai una tanica trasparente piena d’acqua di mare, lo presi per la testa, lo trasferii in essa, chiusi il lato superiore del contenitore mediante una rete a maglie larghe sì, ma non tanto da permettergli di attraversarle, ed in questo stato lo trasportai in un tour di conoscenza del “nostro” mondo attraverso tappe puntigliosamente preordinate.
Il polpo poté guardare vari programmi televisivi tra cui il telegiornale di Emilio Fede e un documentario avente per oggetto il mondo sommerso della costa tirrenica, fece conoscenza con le cagnette – cucciole curiose – Rotty e Lola che l’intimidirono sbuffandogli aria calda con le lingue penzoloni, ebbe modo di ammirare erbe, cespugli, fiori, alberi, nuvole, cielo, sole, luna stelle, automobili, strade, piazze, suoni, vento.
Ebbe contatto fisico con molte specie di animali mai prima incontrati né immaginati: i gatti del ristorante con locanda sulla banchina, i canarini i cardellini ed i pappagallini del barbiere di Via Colonna, le galline i conigli le oche ed i tacchini della contadina con piscina termale ed impianto foto voltaico posizionato sul tetto della stalla.
Ascoltò in presa diretta suoni e rumori, senza le distorsioni provocate dalle onde frangenti sulle scogliere, dal rotolare dei sassi sui fondali marini per le irrequiete risacche, dalle eliche dei gommoni, motoscafi, navi crociera cariche di pseudo sfaccendati amanti del mare ma che incoerentemente avevano scelto d’immergersi nelle piscine sul ponte di prima classe e cibarsi con gamberi, aragoste e molluschi – polpi compresi purché piccoli e teneri -.
Udì il suono di campane a festa per la gloria di Sant’Anna, il contemporaneo tripudio della processione durante il tragitto verso l’omonima antica chiesetta abbandonata, semi diroccata ed invasa da bisce topi ed insetti di ogni dimensione. Percepì i collettivi sussurri gloria – amen – deo gratia della folla di fedeli in simbiosi con le omelie dei sacerdoti e del vescovo.
Ebbe giorno e notte diversamente sfolgoranti rispetto alle ottenebrate ripetitività dei suoi fondali marini.
Quando mai aveva annusato il letame degli animali da cortile, il sudore del suonatore di tuba ingabbiato nella divisa delle grandi occasioni, il fumo magico dell’incenso, gli olezzi artificiali a base di fiori d’arancio – gelsomino – rosa antica – giglio – tabacco cubano – hashish – marijuana dei penitenti in processione, i fumi bianchi e sudici di salsicce alla brace – pesci fritti – polpi in casseruola esalati durante una festa di ringraziamento per il patrono locale durante le ore antecedenti lo spettacolo dei fuochi pirotecnici?
Ho detto polpi in casseruola, poiché in un anno furono effettivamente serviti in casseruola e non all’insalata come in tutti gli anniversari precedenti.
Il termine della lunga immersione nell’aria che gli concessi, coincise con il momento in cui mi parve di aver appagato la mia sete di conoscenza per i suoi comportamenti, e quando finalmente decisi che avrebbe avuto una quantità innumerevole d’informazioni da ripetere ai suoi, devo dire con-terranei se non posso dire con-sabbinei o con-scoglierei.
Lo rimisi in mare nella stessa identica buca dello stesso scoglio dalla quale l’avevo prelevato, soddisfatto di sapere che in poche ore gli avevo elargito tutta una serie di esperienze, i cui racconti, una vota illustrati ai suoi simili, l’avrebbero fatto apparire alla loro incredulità, né più né meno simile ad un umano che tentasse di far credere ad un gruppo di concittadini d’essere stato trasportato in una dimensione extra terrestre.
Naturalmente se i molluschi avessero lo stesso nostro distorto rapporto con la realtà.
L’amore è negli occhi di chi ti guarda.
Le confusioni sono nella mente di chi non ti ascolta.
Sono durate solo pochi minuti, tra fantasia e ricordi, queste stravanti divagazioni che mi avevano reso assente dalla realtà, poiché ben presto l’evidenza dell’immobilità temporale che permeava tutto il locale, pigiò tanto forte alla radice al nervo scoperto della mia tensione emotiva da farmi scuotere la testa tre volte in rapida successione.
In un sobbalzo, gli occhi ripresero movimenti indagatori alla ricerca di ciò che immaginavo, o forse veramente sapevo, essere lì in attesa che io lo trovassi per CAPIRE.
Nel salone nulla era sfuggito alla polverosa coltre propria degli ambienti chiusi per decenni.
Un manto copriva tutto.
Impalpabile, invisibile al primo sguardo, esso si evidenziava con il tenero gesto del dito mosso a seguire le pieghe dell’oggetto situato in bella mostra sul tavolo in cucina, oppure lambendo l’alto ninnolo posto a sostenere una foto scattata il giorno del matrimonio.
Velata era anche la panca sistemata accanto al rialzo dell’informe blocco lavico piazzato come separazione tra il fuoco, un tempo alimentato nel camino, ed il resto della
stanza–cucina.

Era un pulviscolo tanto sottile, e tanto lento nella sedimentazione, da lasciare intravedere la sagoma di Gilda seduta sullo scanno ed appoggiata con le spalle alla parete laterale.
Un’orma impolverata con la stessa lentezza di sedimentazione cui era stata sottoposto tutto il resto della casa, e non ancora sopraffatta da uno spiffero di corrente d’aria provocata da una porta che, aprendosi, rimescoli insieme alle particelle aeree anche le forme composte dalle loro deposizioni.
Un’impronta parlava di Gilda alla mia immaginazione, o forse al mio ricordo.
Gilda quel giorno aveva provveduto personalmente a sistemare i tizzoni sotto la cenere e le carbonelle in fondo alla bocca del camino. Prima di uscire.
Con i gesti di chi sa di non poterli mai più ripetere, aveva lasciato che la paletta di ferro verniciato, spostata e rimossa continuamente, accarezzasse la cenere accumulata in quantità superiore alle normali consuetudini.
E la guardava.
Fissava lo strusciare del metallo sulle crespature della pietra.
I piccoli sedimenti lignei ammantarsi del colore grigio chiaro.
Le briciole di tizzoni spegnersi ad uno ad uno.
Il gracchiante stridore del ferro trascinato in avanti verso il fondo del camino.
Fissava gli attimi dei suoi movimenti, intanto che nella sua mente le venivano riprodotte interminabili immagini della vita che si accingeva ad abbandonare.
L’ombra lunga sulla parete non lo diceva, ma Gilda non mi avrebbe più rivisto.

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Dedica

La menopausa di mia sorella

Conversazione fra un totano ed una pantegana

CAPITOLO PRIMO

CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO TERZO

CAPITOLO QUARTO

CAPITOLO QUINTO

CAPITOLO SESTO

Così fu

PARTE 1

CAPITOLO PRIMO

CAPITOLO SECONDO

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CAPITOLO QUARTO

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CAPITOLO TREDICESIMO

PARTE 2

CAPITOLO 1

CAPITOLO 2

Poesia sporca

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Per Aurora volume quinto di Bruno Mancini

seconda edizione

Version 5 | ID r99qmg

ISBN 9781471068423

Bruno Mancini
ISBN 9781471068423
Versione 4 |  ID r99qmg
Creato: 31 ago 2022
Modificato: 31 ago 2022
Libro, 100 Pagine
Libro stampato: A5 (148 x 210 mm)
Standard Bianco e nero, 60# Bianco
Libro a copertina morbida
Lucido Copertina
Prezzo di vendita: EUR 14.00

Titolo Per Aurora volume quinto
Sottotitolo Alla ricerca di belle storie d’amore
Collaboratori Bruno Mancini
ISBN 9781471068423
Marchio editoriale Lulu.com
Edizione Nuova edizione
Seconda edizione
Licenza Tutti i diritti riservati – Licenza di copyright standard
Titolare del copyright Bruno Mancini
Anno del copyright 2022

E allora la bacia con violenza. Sulla bocca trattenendole la testa – come una bambola di pezza -, sul collo comprimendole le guance – come il morso per una cavalla-, sul seno acerbo – strappandole stoffe e bottoni.
“Lasciami bastardo. Vigliacco bastardo”.
E allora la getta per terra – come un sacco di roba vecchia -, le blocca le gambe – come un lottatore di judo -, le lega i polsi- come uno stupratore -.
“Lasciami bastardo. Vigliacco bastardo, Non farlo”.

Per Aurora volume quinto

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Racconti

La menopausa di mia sorella

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Info: Bruno Mancini

Cell. 3914830355 tutti i giorni dalle 14 alle 23
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