Per Aurora – volume terzo – La sesta firma CAPITOLO SECONDO

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Per Aurora – volume terzo – La sesta firma CAPITOLO SECONDO

La sesta firma CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO SECONDO

Respiravo ancora gli odori senza nomi, fluttuanti, sottili e sgargianti, che disordinatamente si erano accavallati negli squarci di porte lasciate socchiuse dal barcollante Petrus durante le ore di grande intensità emotiva da poco terminate.
La splendida serie di riconoscimenti con i quali la sera prima, il tre agosto, “La Signora” (per me amica Aurora), aveva voluto premiare la mia scoperta del gravissimo errore gestionale (che se non fosse stato corretto in tempo sarebbe risultato oltremodo nocivo alla reputazione di cui lei era fiera, nonché pericoloso per le attività connesse alle delicate funzioni dirigenziali del suo ruolo), e mi riferisco al titolo di
“GRANDE SUPER GUIDA DELLE PRATERIE TRA L’ESSERE E IL NULLA”,
alla nomina di
“CITTADINO ONORARIO CON LE CHIAVI DEL REGNO”,
alla assegnazione di
“UN BONUS, CIOÈ UN SUPPLEMENTO DI VITALITÀ”,
al dono di
“UNA BACCHETTA DA DIRETTORE D’ORCHESTRA”,
aveva impresso un sigillo determinate, non solo sul mio presente, ma anche sulla mia vita futura.
Trucidi plebei (moscoviti, marocchini, del mio quartiere, o forse di terre sconosciute), avevano profuso, nel lontano palazzo dal quale ero tornato, accordi olfattivi disarmonici rispetto ai composti insiemi di ricercate essenze vaporizzate con isterica altezzosità da nobili decaduti lì presenti.
Dico trucido, e penso al bagnino famoso per essere stato, negli anni cinquanta, la controfigura di un super eroe della cinematografia americana.
Dico nobile, e vedo tre ricchissime baronesse in un angolo appartato della pasticceria Italia, una bionda una bruna ed una di bassa statura, contendersi, per tirchieria, briciole di torta alla crema vaniglia e cioccolato.
Non solo l’olfatto impregnava la tollerante attenzione che aveva seguito guardinga i miei passi nel regno d’Aurora, ma anche tutti gli altri sensori della mia macchina corporale conservavano frammenti decisamente significativi di quelle atmosfere che potrei definire profetiche.
Donne dalla grande bocca, ed altre con capelli rosso fuoco, il servitore indecente, un principino del forellino, bambocci dai nasi moccolosi, la bella statuina, mani di fata, ectoplasmi frignanti “Lei non sa chi sono io”, bonazze umane siliconate, uomini in camici neri, figure femminili ricoperte da bianchi teli, tanti altri invocanti “Fratelli, pregate!”, il mostro in mostra, la mostra, e poi passerelle di star siliconate e parate silenziose di coppole siciliane… tutti presenti in una bagarre senza fine.
Chiamatemi l’uomo dell’eccesso, oppure, se volete, l’ultimo kamikaze della libidine mentale infinita.
Quando solleverò la bocca dal fiero pasto…
Il culo non entra nel pugno.
Il pugno non entra nel culo.
Non si sfugge alle regole di convivenza esistenti in qualsiasi aggregato formato da elementi viventi.
Formiche, uomini, o marziani, poco cambia, in quanto essi stabiliscono la liceità di particolari comportamenti, imponendoli ai membri aderenti ad ognuna delle loro formazioni associative.
Senza distinzioni.
Nonostante siano rappresentate mediante varie configurazioni, tutte le scelte d’aggregazione proteggono e tutelano i delicati meccanismi di autodifesa strutturati, nel tempo, da innumerevoli generazioni.
Nei loro quartieri i turchi, negli alveari le api, i microbi i vermi i lunatici, i senza pettegolezzi, gli automobilisti, i medici, i sorci verdi, le marpione, i narratori, i narrati, i Renato pittore barbiere, i venditori di gelati patatine sandali magliette cinesi africane indonesiane, i ridicoli ipse dixit, le tigri del Bengala, i bengalesi, i costruttori di bengala, i cacciatori di tesori, i predicatori, le amebe i sarcodini i flagellati, le religiose le odalische le sacerdotesse le soldatesse le oratrici le professoresse le leonesse le mogli, le “Io sono”, le pulci del letto del cane del gatto dell’orto del lago del porto.
Cioè.
Qualsiasi stratificazione di un insieme composto da esseri viventi gestisce se stesso con un codice di comportamento collettivo.
Ad un simile calderone di forme sensoriali passivamente recepite, si aggiungeva, con poca opportunità, una malcelata insopportabile percezione di sentirmi condizionato dall’invasione del super elettromagnetismo.
Intorno ad ogni singolo palazzo che frequentiamo, i confini fisici delle pareti, pur variamente delineati, non regolano il traffico enorme di onde emesse da strutture diffuse su gran parte del pianeta che ci ospita.
Né, tanto meno, a flussi intercontinentali di elettroni, oppure a segnali provenienti da fonti collocate in differenti galassie, è mai in alcun modo impedito l’accesso agli ambienti della nostra quotidianità; quantunque essi siano, nella stragrande maggioranza, rilevabili con immediatezza da sistemi ed apparecchiature d’intercettazione quasi elementari.
Da quanti regolamenti era saturato, in quell’attimo – ora – giorno, il mini cosmo della stanza – botte – cisterna – serbatoio inesauribile per le mie bevute di birre popolari?
Da una parte ero conscio di potere assumere i connotati di un soggetto attivo, ed utilizzare la facoltà di spedire i miei sms al tropico di tutti i cancri e capricorni quando solo lo avessi voluto, ma poi subito dopo, senza concedermi una tregua, la certezza di essere lì a ricevere serie stratosferiche di bip invisibili (non udibili – intoccabili – esistenti, ma che un attimo dopo, nell’identico luogo, sarebbero risultati assenti, pur essendo ancora presenti sotto un’altra forma), mi confondeva in maniera ossessiva.
Sbalordito dalla certa consapevolezza che i medesimi bip erano, nello stesso tempo, anche in altri luoghi!
Già queste si configuravano come situazioni di palese impotenza. Inoltre, in quelle prime ore di calma apparente, successiva al mio arrivo sull’isola, anche altri intrighi, ingorghi ed inquietanti paradossi, osarono inseguirmi, strisciando come bisce ondeggianti ed ondulanti tra ombre del vero e del falso, fino nel bunker silenzioso delle indescrivibili e mai descritte mattanze di fredde birre gialle super popolari. Erano lì a sfidarmi.
Li avevo davanti alle palpebre semichiuse per il travaglio del viaggio, pronti alla lotta ed agevolati dalla stanchezza mentale che mi aveva oppresso per la precedente notte quasi insonne.
Il divertimento di schizzarne le ipotetiche simbologie, con la fresca lacca acetonica che stava accomodando sulle mie unghie la professionista bolognese giunta a ritemprarmi con massaggi e trattamenti vari, era una forte tentazione, è vero, mi tentava.
Come puntare sul trentasei rosso al tavolo di Venezia San Remo Montecarlo Montevico Montecitorio Montecristo Montevergine.
Non sempre è possibile adagiarsi negli eccessi, abbandonarsi alle lusinghe della semplicità, non sempre dovevo fare ciò che volevo, né mai avrei voluto fare ciò che dovevo.
Scodellavo il tempo tra il rosso e il nero, il dispari e il pari di una scelta assurda tra libertà e ragione, sbattute entrambe sul tavolo, come “fiero pasto”, da parte dei padroni mentali che mi squarciavano sbudellavano seviziavano sezionavano.
La ragazza bolognese, portò un ultimo ritocco al lavoro di ripristino delle rughe che invecchiavano i miei occhi, raccolse i pochi suoi attrezzi, ci augurò buon proseguimento con un sorriso a tutta bocca, ed uscì accostando la porta delicatamente.
Geltrude, con molta discrezione, provvide a controllare la chiusura degli infissi.
Tolse la biancheria dalla lavatrice.
La stese, formando una meticolosa ragnatela multicolore, pluriforme, sgocciolante ed odorosa per i fiori e gli oli peruviani che componevano le scaglie di sapone grezzo usato nel lavaggio.
Geltrude, nata nella Sardegna isola mondo universo.
Geltrude: due gambe di venti soli centimetri, arcuate verso l’esterno delle caviglie oltre ogni soluzione proponibile dalla scienza che si occupa della deambulazione umana.
La sua odissea l’aveva voluta sbarcare un giorno senza data, sconfitta ed affranta, tra le quattro mansioni di cui necessitavano i lenti giri della mia ruota quotidiana.
Un caffè senza zucchero al mattino:
-«Buongiorno Signore»
-«Buongiorno Geltrude»
per letto un lenzuolo, un cuscino e d’inverno un piumone, tre minuti necessari ad asciugare le pozze d’acqua sul pavimento del bagno, a pranzo sempre le stesse pietanze, per mesi, fino alla nausea:
-«Domani si cambia Geltrude, domani formaggio»
e sempre formaggio, tre mesi, quattro anni, quindici settimane certamente.
Per le sue ore di libertà avevamo concordato tutti i pomeriggi liberi fino al crepuscolo; il giovedì e la domenica intera giornata.
Dopo l’imbrunire, solo i compiti di compattare un sacchetto di spazzatura, dare una lieve sistemata al disordine della mia giornata, scegliere e stendere una tovaglia pulita per la cena notturna, ed infine verificare la chiusura delle persiane.
Quella sera, al suo “Buonanotte Dottore”, improvvisamente, mi accorsi di essere rimasto solo.
Fino a quel momento assente nella mia attenzione, la sua presenza discreta divenne, in un bip, la sterile verginità che mi aveva impedito ogni sussulto verso la realizzazione d’incredibili obiettivi.
Lentamente, con frasi incomplete, iniziai a parlare da solo, a voce non alta, ma comunque incisa nel vecchio silenzio di quella particolare sera uguale a tante precedenti.
Rivolto ad un foglio, una penna, ed una bionda teoria di fredde bottiglie dal tappo a corona, non dissimili, per monotonia, dagli stessi oggetti arruffati in tanti altri crepuscoli.
La strada comunale poco distante inventava da destra e da sinistra striduli scricchiolii d’amori traditi, sirene prive di lusinghe, lacerate certezze di vita, un grano di pioggia sul selciato, gli assoli intermittenti di autoclavi e condizionatori.
Per me nessun senso di stupore, solo attenzione rivolta verso la scoperta di una solitudine mai altre volte considerata.
Avevo già accondisceso precedentemente, in più occasioni, alla tentazione onirica del giro del mio mondo in solitaria.
Non la prima, la seconda esperienza di assoluto inconsapevole isolamento l’avevo vissuta, tanto tempo fa, con la barca a remi “Ricciulì”, dal Castello Aragonese a Vivara e ritorno.
Quattordici anni non ancora compiuti, l’estate abbronzava la pelle sul corpo, il mare sembrava un lago.
Su un natante di quattro metri circa, con grezzi remi di legno incordati agli scalmi da rudimentali sfilacci di sagole.
Acquisivo ogni metro di mare, le singole porzioni di miglio marino che mi distanziavano dalla meta, silenziosamente, ascoltando l’affanno che la fatica e la fuga dall’ignoto mi espellevano dal petto.
A me ragazzo sprovvisto di precedenti simili esperienze, gli schizzi spruzzati dai remi nelle uscite dalle crespe ondose dondolanti sulla leggera corrente, quasi raffiche d’invisibili mostri nuotanti e volanti, acceleravano i battiti cardiaci nello sforzo per ulteriori faticose palate.
A me battelliere improvvisato e sprovveduto, i gorgoglii che erano provocati dai vortici lasciati nel lento, ma incessante procedere del Ricciulì, prodromi di altri disgraziati ticchettii, rubavano ogni pensiero diverso dalla frenesia della fuga.
Vidi.
La vidi.
La pinna azzurrognola fendeva il mare cento metri dietro la poppa, minacciosamente a ridosso del guscio di legno dall’antica vernice protettiva ormai solo un labile ricordo. Scricchiolava tutto il fasciame, reso fragile da continui affondi in battigie di sabbie pietrose, bruciato dal sole dal vento e dalla pioggia che si erano accaniti per anni come spietati saccheggiatori delle Molucche, e sgangherato per i ripetuti cozzi contro semi affioranti barriere di mitili.
La pinna, alta un palmo sullo scintillante fermento lasciato dalla scia della poppa del natante, rifletteva, quasi a voler attirare la mia attenzione, i raggi del sole ormai al tramonto.
Da regata avventurosa, la sfida Castello Aragonese – Vivara – Castello Aragonese, oltre la mia piacevole intenzione, era lì trasformata, per effetto di un’imprevista regia, nella fuga affannosa da una pinna sconosciuta.
Forse era un tonno.
Sapevo che a volte passavano piccoli gruppi di delfini in quel tratto marino, ma non avevo mai sentito parlare d’avvistamenti né di squali predatori od orche in miniatura, né di sperdute balene.
Forse era un tonno, eppure nessuno avrebbe potuto convincermi della sua innocuità.
Remavo, remavo ancora, remavo tanto ancora, remavo violentemente tanto ancora, remavo la sabbia freneticamente tanto ancora, remavo la sabbia della battigia forsennatamente tanto ancora, allontanandomi dalla pinna.
Il Ricciulillo, bagnino padrone della quasi omonima barca, corse verso il punto in cui stavo raggiungendo la riva, mi sollevò come un pupazzo di pezza (era forte, era scuro per la salsedine essiccata, era burbero, era animalesco), mi lanciò verso l’alto, le nuvole, il cielo, in una vertigine da girotondo spaziale (era la controfigura di un totem, di un capo indiano «i miei amici indiani», un ritratto maschile di Gauguin, un profilo di Modigliani, l’ottava battuta della prima sinfonia), fermò la mia ricaduta ad un mezzo palmo dalla rena sottile chiara bollente della spiaggia miraggio sabbioso deserto texano incastonato tra due blocchi di scogli tipo rio bravo alti tre metri (poteva farlo, era atletico, sfrontato, spaccone, era forte era agile era padrone dei suoi movimenti), e quasi urlando affinché tutti ascoltassero, disse:
-«Bravo picciri’, sai remma’ buono. T’aggia ’ mpara’ a fa’ o meglio vogatore».

Rotolavo nella sabbia, infelice e felice, guardando verso il lato di arenile opposto al mare, alla pinna, alla scia riflessa dal sole, sapendo benissimo che il Ricciulillo, il semideo marino bagnino, non l’aveva, lui, né vista né considerata.
Non vale nascondere i paradossi della quotidianità utilizzando scampoli di pseudo epocali avventure.
Sarebbe un sistema in grado di funzionare per il brevissimo periodo, ma che in definitiva lascerebbe ancora più scoperto il nervo dolente.
Quella sera, come tutte le sere, Geltrude mi augurò “Buonanotte Dottore”, così scoccando, involontariamente, la scintilla che avrebbe fatto esplodere la contraddizione della mia vita. Io mi sentii solo.
Radicalmente.
Ciò, nonostante il soffocante abbraccio della totalizzante invasione che l’elettromagnetismo d’origini ignote mi chiedeva di ricambiare.
Avrei potuto ascoltare le frequenze 120 130 140 150 160 1357…, austriache, giapponesi, eritree, sud tirolesi, saigonesi, etiopi, baranesi, del cinquantaduesimo anniversario della rivoluzione cubana, ventisei luglio 2005, oppure telefonare ai numeri di appello pubblico per frodi commerciali, richieste di informazioni dei nostri concittadini dispersi negli attentati egiziani, inglesi, afgani, iracheni, pachistani, serbi, israeliani, giordani, siriani, libici, algerini, tunisini, sud tirolesi, irlandesi, baschi, turchi, americani, genovesi, rodesiani, indonesiani, giapponesi, americani, a m e r i c a n i, a m e r i c a n i, finanche ai numeri di appello pubblico contro te, contro lui, la strada sconnessa, i predatori di tartarughe sperdute, lo sciopero selvaggio dei reduci dalla cassa integrazione, il tassista furbacchiotto, il controllore scostumato, il vigile urbano acquattato nella sala giochi del bar gelateria, le cacche sulla strada dei cani randagi, le caccone sui marciapiedi lasciate da cani liberi provvisti di medaglietta e collare, le caccacce agli ingressi di case e negozi defecate comodamente da cani al guinzaglio di signore profumate abbronzate sculettanti smorfiose sussiegose tamarre, t a m a r r e, t a m a r r e, tamarrissime.
Ero, al contrario, sedotto dal volere cercare rifugio in una paradossale autosufficienza.
Lentamente, iniziai ad entrare in una sfera d’impermeabilità, ove si ergeva sovrana l’inibizione a montare sui salvagente, infiocchettati da suadenti programmi pubblicitari e resi indispensabili nella globalizzazione dell’era elettromagnetica. Ciambelle di salvataggio adatte ad appigliarvi fittizi bisogni. Cinture protettive utili per fungere da ripari ad esigenze artatamente indotte.
Elementari manuali di sopravvivenza dei cittadini metropolitani proposti da sedicenti esperti.
Essa, l’inibizione, aveva radici in una apparentemente semplice sensazione di libertà.
Ogni volta che si tenta di superare una linea di demarcazione, c’è un elemento dalle coordinate XYZTIO (ics ipsilon zeta tau io) che si trova a cavallo, in equilibrio, tra un lato ed un altro, tra due dimensioni differenti, tra un prima ed un poi, tra l’io e il non.
In bilico su un concetto, non riuscii a decidere se l’allontanarsi di Geltrude aveva insinuato in me la necessità di una compagnia, oppure se, al suo lasciare la stanza, non mi ero sentito avvampato per il sospetto che, vuoto, era tutto quanto mi contornava.
Specchio specchio delle mie brame chi è il più solo del reame?
Poco alla volta, con gli zoccoli duri di un elefante, un’ambizione inqualificabile avanzò sui ciottoli delle mie abitudini per nulla tranquille.
Perché, poche ore prima, giunto sul molo della mia isola avevo seguito la viuzza acciottolata che attraversando la pineta passava davanti al bar di Gilda?
Così, distrattamente?
E perché senza aver intenzione di bere o di trascorrere qualche minuto in compagnia, mi ero avvicinato al banco mescita?
Senza motivo?
Come un automa telecomandato?
Per una simile ragione avevo preso posto su uno degli sgabelli di plastica rossa con struttura in acciaio satinato?
La successiva breve conversazione era stata o non era stata responsabile, almeno in parte, della confusione mentale che stavo invano tentando di addestrare?
Nella logica adatta ai rapporti tra un domatore ed il suo leone, la mia ossessiva ambizione di libertà era o non era la forza che stava intendendo imporre, alla ribelle bestialità della mia natura, un insensato salto da eseguire passando attraverso la strozzatura del cerchio infuocato di un assurdo autocontrollo? Quelle brevi frasi responsabili di tanto trambusto?
Mi aveva chiesto:
-«La solita?»
-«Sì grazie.»
-«Gianni, dai una birra ghiacciata al dottor Bruno.»
-«Non sono dottore.
Quante volte devo dirtelo?»
-«Dotto’, per me voi siete tutto: dottore, farmacista, avvocato, medico, pure onorevole…»
-«Se mi chiami onorevole cambio bar.»
-«Ma che è stasera, nun se po’ pazzia nu poco?
È il quattro agosto e state nervoso per la gente che allucca a tutte le ore per la strada e non vi fa pensare?
Non potete scrivere?
State arrabbiato?
Ecco la birra gelata.
Non ci pensate, i guai sono il contrario delle femmine.
È vero che tutti e due vanno e vengono, però le femmine se le pensate assai se ne fuggono, i guai invece più li credete importanti più aumentano.
Ve li scordate, e i guai passano; ve le dimenticate, le femmine tornano.
Fate come me, con tutto il rispetto dotto’, io non li penso e non le penso proprio, né di giorno né di notte.»
-«Stai parlando delle femmine o dei maschi?»
-«Tutti la stessa razza, uguali, i maschi e le femmine, fuggono uguali se li accarezzate.
Dotto’, accussì si sta troppo buono!»
-«Sei pazza!
Pazza sconclusionata.
Potresti avere eserciti di uomini, alti biondi bruni ricchi belli giovani…»
-«Sì Dotto’ questa canzone me l’hanno già cantata mille volte. Voglio sta’ sola!
Nun voglio a nisciuno.
Un bastardo è bastato.
Prima mi faceva piangere e poi mi asciugava il naso, prima mi faceva ridere e poi mi sputava in faccia, “Ti amo.” diceva “Sei tutto per me.”, e si prendeva veramente tutto: amore e soldi.
E nemmeno questo è bastato!
Bastardo.
La pollanchella gli disse “vieni” e lui venne, la pollastrella gli disse “andiamo” e lui andò.
Né più tornò.
Vigliacco bastardo.
Dotto’ un’altra volta… sapete, non mi chiamo Speranza né mi chiamo Vendetta, ma il mio nome è Certezza.»
-«Io so che ti chiamano Gilda e so pure che non c’è tana senza ingresso.
Posso avere una birra?»
-«Gianni, la birra più fredda per il dottor Galante.
Vi chiamate Galante?
Porfirio Galante?
Valentino Galante?
Galante Rubirosa?
Rodolfo Valentino?
Porfirio Rubirosa?
Rodolfo Galante Porfirio Rubirosa Valentino?»
-«Chiamami Bruno, sarò la tua vita.»
-«Ma questa è la reclame di una birra. ‘Mbroglione.
Ci avevo quasi creduto!
Ecco la birra, bionda fredda trasparente e senza bollicine.
Mi rassomiglia.
Dotto’ io sono una birra che non potete bere in un sorso solo.»

Non è facile per uno scrittore innamorarsi.

In primo luogo perché il narcisismo, implicito in tutti ed in ciascuno, e certamente estremizzato nel letterato impegnato per propria scelta a costruire illusorie sagome di umanità. Addobbato con semplici strumenti impietosi di un Deo creatore (un foglio di carta ed una penna), egli non ne è immune.
Paola e Francesco, ovvero Paolo e Francesca, non furono creati per un disperato accattonaggio di malinconica auto stima. Non siamo tanto ingenui.
Poi, con retorica, potrei anche domandarmi quale possibilità di innamorarsi abbiano i drammaturghi che sbriciolano pensieri inesistenti.
Non tutte le sedie hanno anime di legno e collanti vinilici, né sempre sono state utilizzate in funzione di un appoggio per il culo. ove, comunque, lo scrittore mostra evidente l’impotenza a perdersi dietro un grande amore, è nella sua scelta di infiorettare, con costrutti lessicali, concetti disinvoltamente abbandonati da persone comuni durante pubblici colloqui metropolitani.
Io, invece, mi ero innamorato.
Scrittore innamorato.
Non mi riferisco all’amore per un altro essere vivente (uomo, donna, animale, incognito), poiché di simili nostri pasticci sono già sufficientemente pieni i rotocalchi.
Dicevo, avrei voluto dire, avrei voluto dire con un linguaggio equivocante, voglio dire, che gli scrittori difficilmente provano passione per una frase non costruita nella loro officina letteraria.
Ebbene, proprio così, sì, io, imbalsamatore di parole, credei di essermi innamorato di una frase.
“Io sono una birra che non potete bere in un sorso solo.”
Tale sarà per te, temerario lettore, questo mio racconto.

 

TESTO COMPLETO IN LETTURA LIBERA

Dedica – Brevi commenti amichevoli

Only you

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Così o come

Parte Prima

CAPITOLO PRIMO

CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO TERZO

CAPITOLO QUARTO

CAPITOLO QUINTO

CAPITOLO SESTO

Così o come

Parte seconda

CAPITOLO PRIMO

CAPITOLO SECONDO

Parte Terza

CAPITOLO PRIMO

CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO FINALE

Only you 2

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La sesta firma

CAPITOLO PRIMO

CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO TERZO

CAPITOLO QUARTO

CAPITOLO QUINTO

CAPITOLO SESTO

CAPITOLO FINALE

Poesia sporca

Poesia sporca

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seconda edizione

ID 29y6wr

ISBN 9781471074813


Bruno Mancini
ISBN 978-1-4710-7481-3
Versione 2 | ID 29y6wr
Creato: 26 ago 2022
Modificato: 27 ago 2022
Libro, 135 Pagine
Libro stampato: A5 (148 x 210 mm), Standard Bianco e nero, 60# Bianco, Libro a copertina morbida, Lucido Copertina
Prezzo di vendita: EUR 14.00

Informazioni sul copyright
Revisiona le informazioni sul copyright
Titolo
PER AURORA volume terzo
Sottotitolo
Alla ricerca di belle storie d’amore
Collaboratori
Bruno Mancini
ISBN
978-1-4710-7481-3
Marchio editoriale
Lulu.com
Edizione
Edizione arricchita
Dichiarazione dettagliata di edizione ( / 255)

Licenza
Tutti i diritti riservati – Licenza di copyright standard
Titolare del copyright
Bruno Mancini
Anno del copyright
2022


Descrizione
Alla telefonata di Gilda seguì lo sferragliante rumore del chiavistello divenuto rugginoso per essere rimasto a lungo inutilizzato.
Geltrude, entrando con la cautela e la discrezione di chi non deve disturbare:
-«Dotto’ già sveglio?
Come mai?
State bene?»
-«Sì. Tutto a posto.
Tu sei mai stata sola?»
-«Dotto’ per stare soli, bisogna essere soli.
Io non sono mai stata niente, figuriamoci se mi potevo permettere il lusso di essere sola.
Stare sola?
La solitudine!
Voi ve la potete permettere.
Io no.»

Tabella dei contenuti
Per Bruno Mancini: brevi commenti amichevoli.

“Percorso di memoria o ricerca di spazi temporali virtuali?”
“Il continuo intersecarsi di livelli di identità con ipotesi e incarnazioni simboliche…”
“…sembrano accarezzare un sogno lontano, una speranza che non sarà mai certezza, un miraggio di felicità che si perde oltre l’orizzonte illusorio di fragili esistenze.”
“…a volte lirismo crepuscolare, intriso di soffusa malinconia, di struggente tristezza.”
“Opera interessante per i contenuti e le tematiche affrontate, nonché per i valori estetici…”
“… seria preparazione, corredata da rimarchevole fantasia.”
“… lavoro meditato, armonioso di buon afflato poetico.”
“… sincero, elegante, sempre aderente al soggettivismo letterario del particolare momento che attraversiamo.”
“Non racconto né romanzo, più che risolverli lascia aperti molti quesiti anche sul piano puramente tecnico linguistico.”
“Una prosa lacerata e sfuggente…”
“Le aperture liriche, più che segnare il passo dell’emozionalità, offrono un ulteriore invito a perdersi nei labirinti della parola scritta…”
“Quasi poesia cruda, percuote e carezza, giovane e antica…”
“Lavoro intenso, vissuto nella profondità della sua composizione, fatta di toni e di immagini…”
“Una voce nuova che chiama ad ascoltarla ed a giudicarla senza inibizioni, come liberamente essa è sviluppata.”
“Troverete un urlo e un soffio di amore, un vuoto, immersi nella forza e nella malinconia di chi comprende che…”

Per Aurora volume terzo

seconda edizione

Info: Bruno Mancini
Cell. 3914830355 tutti i giorni dalle 14 alle 23
emmegiischia@gmail.com

 

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Bruno Mancini

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