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«Maroni vuole uscire dall’Europa, ma questo governo rischia di farci cacciare da tutti i continenti».
«alcune delle persone pericolose che sono in Italia: per esempio La Russa in Africa Equatoriale, Frattini in Portogallo, Cicchitto in Germania».
«La prima ragione per scrivere la Commedia – dice Roberto – era la politica». Dante si lamenta perché l’Italia non è più «donna di province», ossia dominatrice, ma bordello «dove ci si concede a chi paga». Dante si rode dentro perché la terra di Giustiniano, patria del diritto, ha dimenticato i princìpi più basilari: «Che nostalgia!». Si arrabbia perché gli uomini di Chiesa, invece di essere persone devote e lasciare a Cesare la sella, pretendono di governare: «Cose barbare – avverte Benigni – che accadevano solo nel Medioevo». Dante si rattrista per la sua Firenze, dove qualunque ricco parvenu diventa un leader, dove gente che nessuno ha mai cercato pretende di guidare la città, sobbarcandosi a questo sacrificio per il bene dei suoi cittadini: «Quante volte abbiamo sentito queste cose? La politica non è il mio mestiere, ma mi sacrifico!». Così la cosa pubblica diventa come un malato, che si rigira nel letto e cambia posizione, sperando di non sentire più il dolore. Ma invano. Premonizioni? Previsioni? Profezie? «Proiettili sparati nel futuro», dice Benigni.
«Questa non è la Biennale della democrazia? Allora spero che qualcuno ci stia a sentire, perché chi è sensibile alla difesa della democrazia dovrebbe avere a cuore anche il lavoro, che non c’è». «E se licito m’è, o sommo Giove che fosti in terra per noi crucifisso, son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?».