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Era il 1970
Sono Grazia Distefano
Avevo solo 14 anni
Abusata.

IL LIBRO COMPLETO IN LETTURA GRATUITA
Edizione curata da Bruno Mancini, Presidente della Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS”
Formato A5, 80 pagine, 16.00 euro.
Copie numerate, datate e firmate, in prenotazione SOLO fino al 30 settembre 2026, al prezzo speciale di 16.00 € comprese spese di spedizione contattando l’Autrice al whatsapp:
Grazia Distefano
+39 324 633 6505
La vera storia di abusi sessuali nella Roma degli anni ’70.
Squallidi individui messi alla gogna dalle “Iene” nella trasmissione del 5 ottobre 2025

Avevo solo 14 anni
La protagonista Grazia Distefano,

all’epoca quattordicenne siciliana trasferita a Roma con la famiglia, non fa sconti con parole e, attraverso precise ricostruzioni degli abusi subiti, non urla ma non nasconde le infamie e le violenze perpetrate da individui tuttora in vita.

Cuore forte e mente lucida sono gli anelli che intrecciano il racconto, partecipazione emotiva allo sdegno saranno gli elementi che indurranno i lettori a chiudere il libro solo alla parola fine.
In copertina un quadro di Mara Concetta Leone




Era il 1970
in lettura gratuita dal giorno 11 settembre 2026
Capitolo settimo
Era il 1970, nel mese di luglio avevo compiuto quindici anni, peraltro festeggiati al mio paese con tanta gioia.
Gli stupri erano avvenuti dal mese di gennaio del 1970 fino alla fine della scuola nel mese di giugno.
I tre mesi di vacanza in Sicilia erano volati via, e mi ritrovavo quindi con la paura di rincontrare all’uscita di scuola, i tre balordi, ovvero i tre bastardi.
Non riuscivo a distinguere i fantasmi del pur “vicino” passato, con la realtà del presente.
La paura della possibilità reale di ritrovarmi faccia a faccia con i miei tre stupratori, mi bloccava come fossi prigioniera in una gabbia con i leoni.
A quel tempo non studiavo ancora psicologia e non avevo la capacità di combattere ciò che dentro sentivo: ansia – mista a sensi di colpa, il tutto condito dalla vergogna che mi portavo interiormente, e che non mi faceva dormire, né tanto meno mi faceva essere ciò che a quell’età avrei dovuto essere: un’adolescente serena!
I tre balordi, ovvero i tre bastardi, capitanati dal “capo” in assoluto, avevano per fortuna abbandonato le loro gesta, ma io rimanevo la ragazzina segnata nel fisico, nel cuore e nell’anima.
Spesso di notte, ripensavo a ciò che era stato di me, in quei primi sei mesi di quell’anno.
Ero stata divisa in due parti: una parte che eseguiva e si adattava alla violenza, e l’altra parte che restava in ombra, inascoltata e sempre più debole.
La mia vita continuava, ma era come non mi appartenesse, ed ogni giorno cresceva in me la sensazione di essermi persa per strada.
Mi si diceva continuamente di studiare, di comportarmi bene, di “fare il mio dovere”, ma nessuno che entrasse nella mia anima ferita.
Avvertivo dentro di me la netta percezione che la mia vita avesse dovuto avere una storia diversa, fatta di cose belle come qualsiasi ragazzina di quindici anni.
Ero figlia di quel tempo.
Mi piaceva la musica, mi piaceva la minigonna che non potevo indossare, perché a parere di mia madre, solo le ragazze poco serie la indossavano.
Erano miei desideri che morivano nell’attimo in cui già nascevano.
Restavo colei che era stata usata e gettata via senza che nessuno della mia famiglia lo sapesse, o lo immaginasse soltanto.
Spesso durante la notte rivivevo attimi di ansia, che gestivo piangendo e tremando.
Naturalmente ero attenta a non far sentire nulla ai miei genitori.
La nostra casa era composta da una stanza da letto, un salone, un bagno e una cucina.
Io e mio fratello dormivano in salone.
La sera tiravamo giù i letti incassati nel mobile, e la mattina rigorosamente li tiravamo su, prima di andare a scuola.
Mio fratello essendo più piccolo di me di 7 anni, non si accorgeva di nulla.
La frattura interiore che mi ossessionava era ciò che mi straziava durante il giorno.
La scuola mi appariva difficile da sopportare.
La solitudine che vivevo in classe mi pesava talmente tanto da non riuscire a pronunciare nemmeno una parole durante l’appello.
Restavo immobile nel mio banco, come una statua di sale mentre intorno a me il mondo esplodeva di colori, grida e giochi che non mi appartenevano più.
Le mie compagne ridevano e si davano appuntamenti per uscire insieme, oppure parlavano di programmi di TV o di trucchi e altro ancora, mentre io da sola con il peso gelido di un macigno interiore.
A volte guardavo i professori, uno per uno, e studiavo i loro visi.
Alcuni mi apparivano buoni, altri invece li trovavo privi di empatia, soprattutto nei miei confronti.
Il mio unico scopo era arrivare alla sufficienza.
Avevo già perso un anno scolastico e se fosse successo ancora, sarebbero stati guai.
I miei non mi avrebbero perdonata, sarebbe stata una vergogna.
La bocciatura di un figlio o di una figlia non era ammessa in una famiglia medio/borghese, dove il padre si alzava la mattina e oltre al lavoro in ufficio, svolgeva anche il secondo lavoro, per mantenere dignitosamente il nucleo famigliare.
“Non hai nessun dovere, solo lo studio è un tuo dovere e lo devi fare nel migliore dei modi. Hai già perso un anno, adesso devi studiare e solo studiare!”
Era questa la frase che mia madre e mio padre quotidianamente mi ripetevano.
Mi ero convinta che fossi davvero poco intelligente.
Non riuscivo a stare al passo con il programma scolastico, avevo difficoltà in tutte le materie.
Non raggiungevo mai la sufficienza, per me era davvero tutto troppo.
Sui banchi di scuola spesso mi assentavo con la mente e al richiamo di una qualsiasi insegnante avrei voluto urlare la mia disperazione.
Invece tenevo tutto dentro e mi appassivo.
Nessuno a quei tempi si era accorto o accorta che soffrivo, passavo solo come una ragazzina timida e introversa.
Spesso rivivevo le scene che avevano fatto di me uno straccio da buttare via.
Ricordi, odori, lacrime e paure erano oramai ciò che la mia mente sopportava.
Era difficile rimanere in vita, ma altrettanto difficile era trovare il coraggio di farla finita.
Le scene più dolorose, quelle più cattive, mi venivano spesso alla memoria.
Ricordavo la prima volta, quella domenica in cui indossavo il mio nuovo cappottino verde, quando a fermarmi era stato un ragazzo dall’aspetto bello e gentile.
Ricordavo il suo sarcasmo, la sua cattiveria, la sua risata demoniaca.
Durante i ricordi era come sentire addosso ancora le sue mani contro la mia bocca per non urlare, era sentire la sua voce al comando dei suoi amici.
Ritornare con la mente a quel giorno – quando tutto era iniziato – mi faceva talmente tanto dolore da sentirmi perfino paralizzata.
“Come ti chiami?”
“Graziella”
“Io sono Mauro”
La mente andava a quell’appartamento vuoto, le serrande abbassate come sbarre, da dove non si vedeva la luce, solo lame sottili di luce grigiastra filtravano dai fori dei rullanti.
In quei tagli di luce notavo granelli di polvere, a significare che da moltissimo tempo nessuno puliva.
Negli angoli della casa c’erano ragnatele, gli interruttori della luce erano circondati da aloni di sporcizia.
La cosa che più mi faceva tornare a quell’inferno, era il ricordo degli odori nauseabondi, di poco pulito e di scarichi lerci.
In quell’ambiente è iniziato il mio inferno, un giorno qualsiasi di una domenica qualsiasi.
“Mi piacerebbe fare amicizia con te”
Come poteva un ragazzo di così bell’aspetto, all’apparenza educato e gentile, voler fare amicizia con me?
A quell’età non ti fai tante domande e resti incantata dall’esteriorità di una persona.
È ciò che è successo a me in quegli anni della mia debole adolescenza.
Ero caduta in un abisso da cui non potevo più uscirne fuori, e più passava il tempo e più andavo giù.
Mi sentivo come essere intrappolata nelle sabbie mobili, che ti trascinano nel fondo, fino a che pian piano rimani soffocata e muori.
Le scene di quella prima domenica erano per me fonte di un baratro senza salvezza.
Non solo violenza fisica ma anche angheria, ingiustizia, oppressione, prepotenza e aggressività.
Come potevano tre ragazzi giovani che avrebbero dovuto avere il cuore pieno di sogni e la mente rivota al futuro, trasformarsi in aguzzini così spietati?
Me lo sono chiesta per anni, cercando una logica dove però esisteva solo il buio.
La bellezza che avevo intravisto in uno di loro, si era sciolta come cera al sole, rivelando un volto che non conoscevo più.
La gentilezza era stata solo un’esca, un involucro lucido per nascondere il vuoto morale che abitava in lui.
Quando la mente tornava indietro – nonostante io cercassi di metterla in stand by – rivedevo i loro volti caratterizzati da occhi satanici, mentre si abbassavano i pantaloni per tirare fuori il loro schifoso membro, e masturbarsi, prima di penetrarmi.
Le risate del prima – e poi – del dopo, mi entravano come frecce doloranti, e mi stringevano il petto fino a farmi mancare il respiro.
Il capo della “banda”, colui che si chiamava (ancora si chiama) Mauro veniva osannato e acclamato dagli altri due balordi.
Gli stupri effettuati su di me, nell’arco di tempo di sei mesi, furono sempre più aggressivi. Ogni volta c’era qualcosa di nuovo, come quando mi penetravano con un bastone e ridevano con gusto.
Non avevo volontà, non mi ribellavo più, sembravo un automa o un robot che agiva ai comandi dei tre bastardi.
Quel giorno dentro al negozio di ferramenta, avvenne un violazione satanica perpetrata ai miei danni – una ragazzina di 14 anni.
Era tutto preparato, io ero l’esca da offrire al padre di Mauro, come fossi stata un regalo.
Ricordo che il “bavoso” individuo di una certa età, godeva e sospirava, quando alla fine dell’atto ringraziava il figlio.
“Le sei piaciuta a mi’ padre!” e giù risate da parte del “pubblico” che naturalmente avevano partecipato come spettatori, dopo che era toccato a loro.
“Mi fratello Oscar è fidanzato ed è fedele alla sua donna, certo è proprio un coglione a perdersi sto divertimento” questo ciò che usciva dalla bocca di Mauro, mentre gli altri ridevano!
Avevo 14 anni all’epoca e mi chiamavano Graziella!





