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Il Dispari cultura sette settembre 2026 DILA APS

Il Dispari cultura sette settembre 2026 DILA APS
Premiazioni DD Clinic Research Institute – Da Ischia l’Arte DILA APS
Salerno 18 settembre 2026

Il prossimo 18 settembre presso l’h in qualità di rappresentante di Il Dispari e dell’Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS” conferiranno delle Pergamene alla Carriera ai Dr. Castelli Vincenzo, Dott.ssa Marino Anna Maria, Mattia Rosa, cui verrà aggiunto un PREMIO “SGUARDO OLTRE” a Cozzolino Raimondo.
Le Pergamene avranno le seguenti motivazioni.

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PREMIO ALLA CARRIERA CONFERITO CON PROFONDA STIMA E AMMIRAZIONE AL Dr. Castelli Vincenzo.
Motivazione:“In segno di profonda gratitudine e altissimo riconoscimento per il costante e straordinario impegno profuso nella ricerca e nella terapia del dolore: un contributo fondamentale che ha restituito speranza, migliorato la qualità della vita di numerosi pazienti affetti da fibromialgia e aperto una strada innovativa nel trattamento del dolore cronico.”
Evento: SESSIONE SPECIALE: SCIENZA, ARTE E DIVULGAZIONE PER LA LONGEVITÀ Cerimonia di Consegna dei Riconoscimenti: Eccellenze nella Ricerca, Divulgazione e Arte per la Salute.
Firme:
IL PRESIDENTE DILA APS: Bruno Mancini
IL PRESIDENTE DDclinic ETS: Dr. Andrea Del Buono
IL RESPONSABILE SCIENTIFICO: Prof. Luca Rastrelli
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PREMIO “SGUARDO OLTRE”Conferito con profonda stima e ammirazione alMAESTRO DELLA FOTOGRAFIA PROSPETTICA Cozzolino Raimondo
Motivazione:“Per aver saputo catturare l’essenza di un banale grattacielo attraverso un’inedita e coraggiosa prospettiva dal basso, mettendone a nudo le imperfezioni e i difetti strutturali. Questa opera visiva ci offre una metafora straordinaria della condizione umana e clinica: ci sensibilizza a ricercare un modo radicalmente diverso di guardare alla vita e alla salute, insegnandoci che solo cambiando il punto di osservazione possiamo scorgere le reali fragilità ed avviare un autentico percorso di guarigione e architettura del benessere.”
Evento:SESSIONE SPECIALE: SCIENZA, ARTE E DIVULGAZIONE PER LA LONGEVITÀ
Cerimonia di Consegna dei Riconoscimenti: Eccellenze nella Ricerca, Divulgazione e Arte per la Salute.
Firme:
IL PRESIDENTE DILA APS: Bruno Mancini
IL PRESIDENTE DDclinic ETS: Dr. Andrea Del Buono
IL RESPONSABILE SCIENTIFICO: Prof. Luca Rastrelli
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PREMIO ALLA CARRIERA Conferito con profonda stima e ammirazione alla Dott.ssa Marino Anna Maria
Motivazione:“In segno di altissimo riconoscimento per lo straordinario e instancabile contributo profuso nel corso degli anni a favore delle scienze della salute. Per l’eccellenza clinica, la dedizione allo studio del benessere integrato e la costante guida illuminata che ha saputo offrire a colleghi e pazienti, tracciando una via magistrale nell’evoluzione e nell’architettura della Medicina Moderna.”
Evento: SESSIONE SPECIALE: SCIENZA, ARTE E DIVULGAZIONE PER LA LONGEVITÀ
Cerimonia di Consegna dei Riconoscimenti: Eccellenze nella Ricerca, Divulgazione e Arte per la Salute. Firme:
IL PRESIDENTE DILA APS: Bruno Mancini
IL PRESIDENTE DDclinic ETS: Dr. Andrea Del Buono
IL RESPONSABILE SCIENTIFICO: Prof. Luca Rastrelli
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PREMIO ALLA CARRIERA CONFERITO CON PROFONDA STIMA E AMMIRAZIONE A Mattia Rosa
Motivazione:Un riconoscimento che celebra la capacità dell’arte di farsi poesia visiva.
Con il video «Ritratti in corso» (gennaio 2025), Mattia Rosa regala un viaggio emozionale di rara delicatezza attraverso le diverse età della vita.
Le sue immagini, toccanti e discrete, sanno cogliere l’essenza profonda dell’esperienza umana, mettendo in luce quell’Amore che dimora in ogni uomo e trasformandolo in un’emozione collettiva, autentica e condivisibile.
Per la maestria con cui trasforma lo sguardo in sentimento e per il valore del suo percorso artistico, viene conferita a Mattia Rosa questa Pergamena alla Carriera.
Evento: SESSIONE SPECIALE: SCIENZA, ARTE E DIVULGAZIONE PER LA LONGEVITÀ
Cerimonia di Consegna dei Riconoscimenti: Eccellenze nella Ricerca, Divulgazione e Arte per la Salute.
Firme:
IL PRESIDENTE DILA APS: Bruno Mancini
IL PRESIDENTE DDclinic ETS: Dr. Andrea Del Buono
IL RESPONSABILE SCIENTIFICO: Prof. Luca Rastrelli

Erasma De Simone: In ricordo di Wystan Hugh Auden
ISCHIA
Ora sono commosso dalla Partenopea intrisa di luce,
il mio grazie èper te Ischia, cui un buon vento
m’ha portato a goderti con dei cari amici
da sporche città produttive.
Come bene correggi i nostri occhi feriti,
come dolcemente ci insegni a vedere
uomini e cose in prospettiva
sotto la tua luce uniforme.
Lì dove l’ambizione non èche un rumore lontano,
la tua pietra lavica accoglie le nostre stanchezze.
Le tue sorgenti calde curano le membra irrigidite
e rivelano il segreto fervore di questa terra.
Isola che non chiedi nulla se non di essere vissuta,
ci restituisci il tempo che avevamo perduto,
e nell’abbraccio del tuo mare azzurro,
l’anima ritrova la sua giusta dimora.
Wystan Hugh Auden
Ischia e la crisi d’identità: cosa resta della <<giusta dimora>> di Auden?
La poesia“ Ischia“è stata scritta nel 1948 dal poeta inglese W.H.Auden.
Giunto in Italia in quello stesso anno, Auden vi trascorre quasi ogni estate fino al 1958, dando un forte impulso alla formazione dell’élite artistica che si raduna nel Bar Internazionale di Maria Senese, a Forio. Negli anni Cinquanta, Ischia è un territorio prevalentemente contadino e marinaro, ancora lontano dal turismo di massa e dal processo di ricostruzione e industrializzazione in atto in Italia e nel resto d’Europa. Proprio per questo, l’isola rappresenta per Auden l’antidoto alle grigie, nevrotiche, “sporche” città produttive, un luogo caratterizzato da luce e ritmi umani lenti, privi di ansie competitive.
Il paesaggio ischitano, con la pietra lavica, le sorgenti termali, il mare azzurro, assume un valore terapeutico: la sua lontananza dall’alienazione industriale e tecnocratica offre la possibilità al corpo e allo spirito di ritrovare una sospirata armonia.
Di fronte alla realtà isolana attuale, risulta inevitabile chiedersi: che cosa resta di quella <<giusta dimora>> dell’anima cantata dal poeta inglese nel 1948?
L’isola indubbiamente soffre di un profonda crisi d’identità, che si palesa in modo particolare nei mesi estivi.
Un turismo aggressivo, non adeguatamente regolamentato, il traffico paralizzante delle arterie principali, l’inquinamento acustico, i periodici sforamenti microbiologici che impongono temporanei divieti di balneazione in alcuni tratti di costa, trasformano Ischia in una copia in miniatura di <<quelle sporche città produttive>> da cui Auden fuggiva.
Le stesse risorse del territorio, come le sorgenti termali e il mare azzurro, risultano compromesse.
Se all’epoca di Auden erano vissute per la loro carica terapeutica e contemplativa, oggi appaiono svilite sia dai fruitori, che sembrano apprezzarne solo l’immagine superficiale o, ancora peggio, ne deturpano l’integrità con l’incuria, sia dalle privatizzazioni, che riducono lo spazio di fruizione libera.
A ciò si aggiunge un degrado del vivere civile, in particolare durante le ore notturne, con episodi di arroganza e maleducazione.
Senza invocare un nostalgico e impossibile ritorno al passato, per salvare Ischia è necessario recuperare, almeno in parte, la lezione di Auden.
Si tratta di porre le basi per un ritorno alla vivibilità promuovendo un turismo sostenibile.
La corsa al guadagno facile e il disinteresse per il controllo e la tutela delle risorse ambientali rischiano di rovinare l’isola.
Ischia non è un bene di consumo usa-e-getta, ma una realtà meravigliosa e fragile che non chiede nulla <<se non di essere vissuta>> con rispetto.



Il Dispari cultura trentuno agosto 2026 DILA APS
Erasma De Simone
Breve viaggio nella storia di un’isola da proteggere
Fin dall’VIII secolo a.C., quando i naviganti dell’Eubea vi portarono la vite e la cultura greca, Ischia ha curato e stregato chiunque vi mettesse piede.
Terra generosa e, al tempo stesso, vulnerabile, affonda le sue radici nella storia.
I Greci che fondarono l’antica Pithekoussai proprio nell’VIII secolo a.C. furono i primi a comprendere la straordinaria lavorabilità del tufo verde, iniziando così a scavare la roccia per creare grotte e cavità sotterranee utili a conservare le derrate alimentari e il vino a temperatura costante.
I Romani di Aenaria (tra il IV sec.a.C. e il I sec.d.C.), a loro volta, riutilizzarono e perfezionarono questa tradizione di scavo in tutta l’isola, trasformando le cavità naturali in riserve idriche e costruendo cisterne in muratura per la raccolta dell’acqua piovana.
A partire dall’epoca medievale (intorno al 1300-1400), si affermò la tecnica della “parracina”, consistente nell’incastrare i blocchi di tufo e pietra vulcanica “a secco”.
Ancora oggi fondamentale, serve per contenere i terreni scoscesi dell’isola e creare i famosi terrazzamenti per i vigneti.
Nel Novecento, la dimensione lenta e accogliente ha conquistato artisti e intellettuali italiani e internazionali che, riuniti nel Bar Maria di Forio, hanno celebrato la genuinità della vita contadina e marinara dell’isola.
Raccontare le glorie passate non significa tuttavia dimenticare o disconoscere il dolore.
Per una naturale fragilità geologica, l’isola ha conosciuto il tremito del sisma, il crollo della terra, il pianto delle sue comunità.
A ciò si aggiungono una gestione non sempre trasparente ed efficiente del territorio e una prevalenza di tempi rapidi e frenetici, legati alla sola logica del profitto e del consumo immediato, per niente rispettosi dei cicli della natura.
La poesia che segue si articola secondo un iter che parte dalle origini, passa attraverso la memoria culturale del Novecento, per arrivare a una scelta finale coraggiosa: non fuggire, non abbandonare, ma proteggere affinché Ischia continui a essere un patrimonio vivo d’anima e di pietra.

Tutelare e restare
Ischia, sei terra di bellezze e risorse preziose.
L’acqua che cura, il mare azzurro,
le grotte, gli anfratti,
il profumo del tufo verde,
il sapore del vino
stregarono Greci e Romani.
Sei stata scrigno
di cultura e di idee.
Uomini illustri,nel fermento
del Bar Maria,
hanno immortalato
la semplicità dei tuoi borghi
e della tua gente,
la tua vita lenta e quieta,
secondo i cicli della terra
e del mare.
Ischia, sei anche terra fragile:
più volta sei franata
e hai tremato;
più volte la tua gente
ha pianto le sue ferite.
La speranza, però, non è fuggire,
ma tutelarti per restare.



Liga Sarah Lapinska presenta un racconto di
Katerina Brenchugina
DEA
Un giorno aprii gli occhi.
Il nulla assoluto. Uno spazio vuoto.
L’oscurità arretrò rapidamente e vidi che stavo fluttuando nell’aria.
Non cadevo, non volavo in nessuna direzione — semplicemente fluttuavo.
E al tempo stesso ero perfettamente consapevole di reggermi con le mie stesse forze.
Niente intorno a me.
Ero sola.
In quello spazio vuoto, ero sola!
La cosa più terrificante era che non mi muovevo nemmeno — non capivo nulla, e avevo paura, un’agitazione tale che l’aria, come sassi pesanti, soffocava i polmoni.
Dopo un po’ mi resi conto di essere sospeso da qualche parte nella stratosfera: sotto i miei piedi si intravedevano parti di un continente e un oceano azzurro, immenso e deserto.
Di tanto in tanto il tremolio del verde-blu della natura era interrotto da piccoli brandelli di cirrocumuli, isole di nuvole.
Pur senza alzare la testa, sapevo che il sole cocente mi batteva sulla nuca, e per qualche ragione ne percepivo intensamente le dimensioni.
Era vicino, era fatto di fuoco e irradiava calore in ogni direzione.
E il cielo… il cielo era di una profondità infinita, interrotto soltanto dall’incerto disco pallido della Terra.
Era così denso che sopra la mia testa diventava nero.
Nonostante tutto ciò che mi si era rivelato, e dove mi si era rivelato, io restavo un essere mortale. Non mi erano accessibili conoscenze segrete né visioni: ero una creatura comune, ma di dimensioni incredibili.
A un certo punto decisi finalmente di guardare il Sole.
E là, a quanto pareva, mi aspettavano già.
O meglio, mi aspettava lei.
Invece dei raggi cocenti vidi Qualcosa… qualcosa di meraviglioso!
Da quella grande altezza e a notevole distanza, vidi una Dea.
Era di dimensioni titaniche.
All’inizio si scorgeva solo la sua sagoma scura, ma poi si avvicinò a me e potei osservarla tutta.
Il sole, che prima impediva di tenere gli occhi aperti, si trasformò lentamente in un disco dorato — un nimbo — dietro la testa della Dea.
Calda e dolce, così la definirei.
Occhi d’ambra-verde che ridevano, una carnagione rosa-pesca pallida, capelli castano-ramati raccolti all’indietro a formare una voluminosa corona, intrecciati con sottili nastri dorati.
Il vestito scorreva in morbide pieghe oro-ocra, così leggere da rivaleggiare con le ali delle farfalle; nell’orlo si intravedevano ricami color bruno-cadmio di erbe e fiori.
La Dea era seduta sulle nuvole, che ora si addensavano in grevi nubi, ora si strappavano come ovatta e si disperdevano.
Avevo la sensazione di conoscerla già, che ci fossimo sempre conosciuti, e che dopo tanto tempo ci stessimo finalmente incontrando.
Nella mia testa vorticavano domande come bianche piume di tarassaco smosse da un forte vento — erano tante, giravano e si rimescolavano, ma non riuscivo ad afferrarne nemmeno una per sapere quale domanda portasse con sé.
Lo sguardo della splendida Dea diceva che lei lo sapeva, che capiva chiaramente cosa volessi dire, ma non potevo.
Alla fine, si avvicinò ancora di più e disse: «Il Cielo è mio Padre, il Sole è mia Madre, le Nuvole sono la mia Culla, ma la Terra è la mia Casa».
Con la sua mano di seta indicò verso nord, verso il punto più settentrionale del grande continente, dove la terra era incipriata da un bianco manto friabile, e continuò: «In Cielo fa freddo, sulla Terra fa caldo. Sono apparsa là perché quelle condizioni sono vicine alle mie origini».
Un’ampia fascia di neve candida e compatta splendeva al sole e rifletteva una luce azzurra pallida. Quando mi voltai di nuovo verso la Dea, ci tenevamo per mano pur restando a una grande distanza.
Era così strano sentire la sua mano nella mia — come stringere aria densa e morbida.
Era corporea, eppure metafisica.
Quella Divinità custodiva in sé tanto bene, tanta luce, una Grande Luce!
Era una vera figlia della natura, delle forze della natura, del suo respiro, dei suoi ricordi, del suo tempo… Era il frutto dell’esistenza di questo mondo, e una mia amica.
In lei c’erano la pace e la gioia, la sincerità infantile e la saggezza eterna… in lei c’era la forza della vita.
Un istante dopo i nostri abiti cambiarono.
I miei rozzi tessuti quotidiani e il suo vestito lasciarono il posto al bianco candido.
Io ebbi una cintura rosso-cadmio, e la Dea un triangolo dello stesso colore, che si allargava dallo scollo e si restringeva verso la vita.
Siamo legati, per sempre.
Lentamente, lei comincia ad abbassarmi verso la terra.
Sebbene non avverta la velocità, le nuvole degli strati inferiori sotto di me si disperdono semplicemente come cerchi sull’acqua.
È il momento del commiato.
Lei resta a vivere in Cielo, io torno a vivere sulla Terra.
Saremo sempre vicini e al tempo stesso follemente lontani.
Non voglio lasciarle la mano! Perché, se la lascio, non ci rivedremo mai più.
Questa sensazione di perdita imminente cresce man mano che scendo verso la terra.
Cerco di afferrare ogni secondo mentre lei è ancora davanti ai miei occhi.
Voglio gridare, ma non riesco a emettere un suono.
Infine, il vortice di pensieri nella mia testa si cristallizza in un’unica frase: «NON LASCIARMI!». Dentro di me quelle due sole parole urlavano.
Avevo paura di cadere, paura di restare senza di lei, di perderla, paura dell’ignoto.
Anche se mi fidavo di lei completamente, avevo comunque paura.
Già le nuvole cominciavano ad addensarsi sopra di me, e dai miei piedi cominciava a salire nebbiosa quella stessa oscurità che mi aveva avvolto all’inizio.
La sua figura si appanna, si sfuma.
Le nostre mani sono già lontane l’una dall’altra, ma sento il suo sguardo — lei continua a seguirmi con gli occhi.
L’oscurità si addensò intorno a me e ricaddi nell’ignoto.
Solo una piccola nube di luce bianca si spegneva lentamente davanti a me.
Non volevo più vedere quando si sarebbe estinta…
Chiusi gli occhi.


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Bruno Mancini
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