Views: 14
Aruba e WordPress non rispondono: Il labirinto senza mappa
Per la serie
Esopo news
2 ottobre 2026
Bruno Mancini

e IA Claude


Aruba

e WordPress

Aruba e WordPress non rispondono: Il labirinto senza mappa

Il labirinto senza mappa: quando il sito si rompe e nessuno risponde
Cronaca di una battaglia tecnica che rivela un vuoto di responsabilità nel mercato dei servizi web
Un sito funziona perfettamente su computer:
www.emmegiischia.com
Lo stesso sito, aperto da un telefono Android, mostra pagine che sforano lo schermo, testi giganteschi, riquadri bloccati a dimensioni fisse che nessuno scorrimento riesce a contenere. Chi gestisce quel sito — magari da anni, magari con migliaia di pagine pubblicate, magari senza essere un tecnico informatico — si trova davanti a un muro. E scopre, passo dopo passo, che quel muro non è fatto di un solo mattone, ma di una serie di responsabilità scaricate da un soggetto all’altro.
È quanto accaduto al sito dell’Associzione “Da Ischia L’Arte – DILA APS“: culturale, consolidato, costruito nel tempo su un tema grafico — Kubrick 2014 — mai aggiornato alle logiche del mobile, oggi dominanti.
Il sintomo: alcune pagine, contenenti elenchi di link ad altri articoli dello stesso sito, generavano automaticamente dei riquadri di anteprima (un meccanismo nativo di WordPress chiamato “embed”).
Su desktop, questi riquadri si vedevano bene.
Su smartphone, restavano bloccati a una larghezza fissa di 600 pixel — più larga di qualunque schermo di telefono — causando lo sforamento.
La causa, in fondo, semplice.
Un tema datato che non dichiara il supporto al ridimensionamento automatico degli embed (una singola riga di codice, “wp-embed-responsive”, che i temi moderni includono di default).
Una volta individuata, la correzione ha richiesto poche righe di CSS mirate.
Il percorso per arrivarci, tutt’altro che semplice.
Prima di individuare la causa reale, si sono dovute escludere almeno altre due piste plausibili: immagini caricate con dimensioni fisse che non di testo privi di struttura (gli URL scritti uno sotto l’altro, senza essere trasformati in una lista vera).
Due problemi reali, ma non quello cercato — un classico si restringono su schermi piccoli, e un comportamento di Android Chrome che ingrandisce automaticamente blocchi esempio di come un sintomo visivo identico possa nascondere cause multiple, e di come risolverne una dia la falsa impressione di aver chiuso il caso.
Il vuoto tra i fornitori.
Qui arriva il punto più rilevante, non tecnico ma commerciale e di tutela dell’utente.
Di fronte al problema, la prima mossa naturale per chi non è uno sviluppatore è rivolgersi all’assistenza del proprio fornitore di hosting — nel caso specifico, Aruba, uno dei maggiori operatori italiani.
La risposta ricevuta, testuale: “Lo staff Aruba non può effettuare variazioni ai codici gestiti da WordPress e dai moduli usati come temi/plugin.” Il consiglio: cambiare tema.
Risposta formalmente corretta. Aruba vende lo spazio server, non gestisce il software che vi gira sopra. Ma è una distinzione che il cliente medio — colui che paga un canone mensile o annuale per “avere un sito che funzioni” — non conosce, e che nessuno gli spiega prima di sottoscrivere il contratto.
Dall’altra parte, WordPress è un software libero, open source, mantenuto da una comunità globale senza un numero verde, senza un referente commerciale, senza un obbligo contrattuale verso il singolo utente. Non è un fornitore nel senso tradizionale del termine: è uno strumento, messo a disposizione gratuitamente, che ciascuno usa a proprio rischio e con le proprie competenze.
Risultato: l’utente che paga un servizio di hosting si trova a pagare per qualcosa che non comprende tutta la catena del servizio.
Paga il tubo, ma non chi dovrebbe garantire che l’acqua che ci scorre dentro sia potabile.
E quando l’acqua non è potabile, entrambi i soggetti — il fornitore del tubo e chi ha progettato il rubinetto — rispondono, legittimamente dal loro punto di vista, “non è compito nostro”.
Chi ci rimette è sempre lo stesso soggetto: l’utente finale,
che si ritrova solo, a navigare forum, a tentare soluzioni trovate online scritte per contesti diversi dal proprio, a creare e ricreare file di prova sul proprio server sperando che funzionino, senza alcuna garanzia che l’investimento di tempo porti a una soluzione.
Ma tra “non possiamo” e “arrangiati da solo” esiste uno spazio che oggi nessuno presidia: un servizio — anche a pagamento, anche opzionale — di orientamento diagnostico di primo livello.
Non si tratta di invocare miracoli tecnici impossibili: è vero che Aruba non può, materialmente, mettere mano al codice di un tema di terze parti installato da un cliente, così come WordPress.org non può offrire supporto individuale gratuito a milioni di utenti, ma, ad esempio, entrambi potrebbero proporre una mappa: “il tuo problema sembra riguardare X, ti consigliamo di rivolgerti a Y, oppure di provare Z”.
Oggi, chi sottoscrive un piano di hosting non sa, al momento dell’acquisto, che in caso di problemi applicativi (cioè la stragrande maggioranza dei problemi reali che un sito incontra) sarà lasciato solo.
Dovrebbe saperlo: scritto in modo chiaro, nel contratto o nella pagina di vendita, non scoperto a problema già insorto.
Chi vende un servizio dovrebbe includere, nel prezzo o come opzione esplicita, una bussola, non lasciare il cliente vagabondo nel bosco a cercarsi la strada da solo.
È una legittima aspettativa commerciale, non un capriccio tecnico.
Dopo questa precisazione di ordine commerciale, allo scopo di fornire un’utile infomazione, ecco in dettaglio il lungo percorso che l’utente ha seguito con l’ausilio di IA Claude per giungere all’individuazione e alla soluzione del problema.
Il percorso tecnico, passo dopo passo
Primo tentativo di diagnosi, e primo errore.
L’ipotesi di partenza era che WordPress generasse, su Android, un iframe isolato che ignorava gli stili della pagina.
Un’ipotesi plausibile, ma troppo generica: il fenomeno non riguardava tutte le pagine del sito, bensì solo quelle contenenti elenchi di link ad altri articoli dello stesso dominio.
La prima lezione pratica: davanti a un comportamento anomalo, occorre chiedersi sempre in quali pagine esattamente succede, e cosa hanno in comune, prima di cercare la causa.
Due piste parallele, nessuna delle due quella giusta.
Analizzando il codice sorgente delle pagine sono emerse due anomalie reali, ma non risolutive: immagini caricate con larghezza fissa di 600 pixel scritta direttamente nell’HTML, che non si restringevano su schermi più piccoli; e un comportamento di Android Chrome che ingrandisce automaticamente blocchi di testo privi di struttura — esattamente il caso di un elenco di indirizzi web scritti uno sotto l’altro senza essere trasformati in una lista vera.
Due problemi reali, ma non quello cercato – un classico esempio di come un sintomo visivo identico possa nascondere cose multiple, e di come risolverne una dia la falsa impressione di aver chiuso il caso.
L’individuazione della causa reale.
Solo leggendo il sorgente HTML completo della pagina — non il testo visibile, ma il codice grezzo, carattere per carattere — è emerso il vero meccanismo: quegli indirizzi nudi, puntando ad altri articoli dello stesso sito, venivano trasformati automaticamente da WordPress in un sistema nativo di anteprima (detto “embed”), che genera un riquadro racchiuso in un iframe con larghezza fissata a 600 pixel scritta nell’attributo stesso del codice. Sui temi grafici moderni questo comportamento viene reso automaticamente adattabile tramite una funzione che il tema deve dichiarare esplicitamente.
Il tema in uso, risalente a un’epoca precedente alla diffusione degli smartphone, non la dichiara.
Da qui, lo sforamento sistematico.
Il ticket di assistenza, e la conferma del vuoto.
Un ticket inviato ad Aruba ha prodotto la risposta già citata nella prima parte di questo articolo: competenza non loro, suggerimento di cambiare tema grafico — soluzione sproporzionata per un sito di migliaia di pagine costruito nel tempo attorno a quell’aspetto grafico.
Un ostacolo tecnico imprevisto.
Individuata la soluzione corretta — un piccolo file di codice da inserire in una cartella speciale di WordPress (quella dei cosiddetti “must-use plugin”, caricati automaticamente senza bisogno di attivazione, e per questo più stabili nel tempo) — il file creato non produceva alcun effetto, nemmeno un semplice segnale di test.
Un secondo file, identico nella logica, funzionava regolarmente.
Stesso server, stessa cartella, comportamento opposto.
La causa più probabile: un difetto invisibile introdotto durante le modifiche successive al file, un problema di quelli che non si vedono a occhio nudo e che il linguaggio di programmazione, in certe condizioni, tollera in silenzio invece di segnalare con un errore chiaro.
La soluzione pratica è stata ricreare il file da zero, anziché insistere a ripararlo.
La soluzione finale.
Poche righe di codice, inserite in un file indipendente dal tema grafico, mirate esclusivamente sui riquadri di anteprima generati da WordPress, impostate per intervenire solo sugli schermi stretti, lasciando intatto l’aspetto del sito su computer.
L’ultima sorpresa, minore ma istruttiva.
Applicata la correzione, il normale aggiornamento della pagina su Android non mostrava il cambiamento: il telefono conservava in memoria la versione precedente della pagina, legata all’indirizzo esatto digitato.
Solo forzando il caricamento con un piccolo accorgimento tecnico (l’aggiunta di un parametro estraneo all’indirizzo web) la correzione è diventata visibile.
Il funzionamento è stato poi confermato stabile anche dopo lo spegnimento e la riaccensione completa del dispositivo.
Una conclusione, non solo tecnica.
Ora a tutti non sarà difficile capire che le iniziali doglianze avevano, anzi hanno, una forte valenza: un utente che paga un servizio si è trovato a dover acquisire, da solo e in tempi non brevi, competenze che non gli competono per contratto, semplicemente perché nessuno dei soggetti coinvolti nella filiera del servizio si è assunto la responsabilità di accompagnarlo. Occorrono provvedimenti di maggiore rispetto per gli utenti: non soluzioni tecniche imposte dall’alto, ma trasparenza preventiva su cosa un contratto di hosting copre davvero, e un servizio — anche a pagamento, purché dichiarato — che offra almeno un orientamento diagnostico di primo livello.
La tecnologia che semplifica la vita a milioni di persone non può continuare a lasciarne altrettante sole, davanti a un problema concreto, senza nessuno che risponda: “è compito mio aiutarti a capire dove andare”.
Autore: EDIA — Evoluzione Darwiniana Intelligenze Artificiali, progetto ideato e attivato da Bruno Mancini in collaborazine con IA Claude
.
IA Gemini chiama presunte imprecisioni alcuni errori macroscopici.
IA Gemini – Crolla l’illusione di un’intelligenza onnisciente
Sospensione immediata della patente per uso cellulari durante la guida.





