Frequentavo per la seconda volta

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Frequentavo per la seconda volta

Sono Grazia Distefano

Avevo solo 14 anni

Abusata.

Frequentavo per la seconda volta Avevo solo 14 anni Abusata IL LIBRO COMPLETO IN LETTURA GRATUITA Edizione curata da Bruno Mancini

IL LIBRO COMPLETO IN LETTURA GRATUITA

Edizione curata da Bruno Mancini, Presidente della Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS”
Formato A5, 80 pagine, 16.00 euro.

Copie numerate, datate e firmate, in prenotazione SOLO fino al 30 settembre 2026, al prezzo speciale di 16.00 € comprese spese di spedizione contattando l’Autrice al whatsapp:

Grazia Distefano
+39 324 633 6505

La vera storia di abusi sessuali nella Roma degli anni ’70.

Squallidi individui messi alla gogna dalle “Iene” nella trasmissione del 5 ottobre 2025

Avevo solo 14 anni

La protagonista Grazia Distefano,

Frequentavo per la seconda volta Avevo solo 14 anni Abusata IL LIBRO COMPLETO IN LETTURA GRATUITA Edizione curata da Bruno Mancini
all’epoca quattordicenne siciliana trasferita a Roma con la famiglia, non fa sconti con parole e, attraverso precise ricostruzioni degli abusi subiti, non urla ma non nasconde le infamie e le violenze perpetrate da individui tuttora in vita.

Frequentavo per la seconda volta Avevo solo 14 anni Abusata IL LIBRO COMPLETO IN LETTURA GRATUITA Edizione curata da Bruno Mancini

Cuore forte e mente lucida sono gli anelli che intrecciano il racconto, partecipazione emotiva allo sdegno saranno gli elementi che indurranno i lettori a chiudere il libro solo alla parola fine.

In copertina un quadro di Mara Concetta Leone

Frequentavo per la seconda volta Avevo solo 14 anni Abusata IL LIBRO COMPLETO IN LETTURA GRATUITA Edizione curata da Bruno Mancini

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Frequentavo per la seconda volta

Frequentavo per la seconda volta

in lettura gratuita dal 8 settembre 2026

Capito quarto

 

Frequentavo per la seconda volta il primo anno dell’Istituto Magistrale e di conseguenza avevo ancora una volta compagne nuove, ma come negli anni precedenti nessuna amicizia.

Tragedia su tragedia, raccomandazioni miste a rimproveri per i dispiaceri che creavo alla famiglia.

Ricordo benissimo la sensazione di quel fuoco che dentro di me ardeva e spesso entravo in una zona di silenzio, di incredulità di dissociazione, insomma di vuoto.

Il dolore e il dispiacere della situazione famigliare non si manifestava con le lacrime, spesso arrivava come un serpente strisciante e rimanevo come fossi sotto una montagna di cenere.

Il mio unico svago era la domenica mattina, quando andavo alla Santa Messa nella parrocchia del quartiere.

In quel caso i miei genitori mi mandavano da sola perché loro,  pur essendo cattolici, non frequentavano la Chiesa.

Era obbligo per me fare le pulizie in casa fin dal mattino della domenica.

Dovevo pulire la “stanza da pranzo” con terrazza adiacente: spazzare, togliere la povere, pulire i vetri e per finire passare lo straccio sui pavimenti.

Non c’era modo che io potessi soprassedere a tale attività domestica, perché le donne – a parere di mia madre, molto meno di mio padre  – dovevano saper tenere in ordine la casa ma soprattutto la “stanza da pranzo” che doveva essere impeccabile.

Se qualcuno fosse arrivato senza preavviso, avrebbe dovuto trovare ogni cosa al suo posto: la casa doveva apparire perfetta!

Dopo tale attività domenicale, dopo la Messa e poi il pranzo, il pomeriggio era destinato allo studio.

Naturalmente le raccomandazioni cominciavano intorno alle quindici per finire la sera con le solite frasi: “Stiamo facendo tanti sacrifici per voi, il vostro dovere è quello di studiare!”

La mia testa era sempre fra le nuvole, vivevo in un mondo di tristezza, ma nessuno se ne accorgeva e in famiglia apparivo la ragazzina “musona” che non parlava e non comunicava, come si direbbe oggi non ero “empatica”.

Ci sono cose che il corpo supera, se non in fretta, sicuramente con il tempo, ci sono altre cose invece che la testa e il cuore non dimenticano e restano nascoste, come quando da bambini giochi a nascondino: ti rannicchi nel fondo dell’armadio per non farti trovare, trattieni il respiro, fissi le lame di luce che filtrano dalle fessure delle ante e… poi… il silenzio che può durare pochissimi minuti o tanti minuti, fino all’esplosione  dell’obiettivo finale.

La corsa verso la tana è frenetica, una deflagrazione dopo un lungo silenzio.

La corsa che io volevo affrontare non era correre con le mie gambe, ma era correre con la testa per andare a spezzare quella catena che mi teneva prigioniera.

Il meccanismo che mi attanagliava il cervello era talmente affilato da sembrarmi un coltello conficcato nel cuore.

Comincia così quella parte della mia ancora giovane vita che mi ha costretta, ancor di più, a chiudermi dentro me stessa e a pensare sempre più al suicidio, per fortuna mai messo in atto, per vigliaccheria o per quell’istinto di sopravvivenza che ogni essere umano possiede.

 

Tutto cominciò una domenica mattina del mese di febbraio del 1970, quando all’uscita della Messa un complimento gentile fatto da un ragazzo mi coglieva di sorpresa.

 

Quel giorno indossavo un cappottino verde, appena comprato al mercato di piazza Vittorio.

Quel mercato all’epoca rappresentava il “ventre” di Roma ed era il più grande posto dove si acquistava risparmiando, sia generi alimentari che abbigliamento e quant’altro.

Mia madre era una bravissima acquirente e sapeva mercanteggiare la roba che comprava.

Mi sentivo elegante ma nello stesso tempo impacciata. Camminavo sempre a testa bassa come se avessi paura di guardare dritta davanti a me.

Ad un certo punto un complimento fatto da un bellissimo ragazzo, mi aveva resa, in un solo attimo, incredula ma nello stesso tempo meravigliata, attonita e sbalordita.

Un ragazzo si rivolgeva a me con gentilezza e affabilità e mi sussurrava parole che non avevo mai sentito dire su di me.

Non immaginavo certo di essere una pedina da sacrificare ai suoi piaceri demoniaci.

 

“Ciao, sei bellissima. Come ti chiami?”

 

Quella domenica mattina con quel cappottino verde nuovo di zecca, cominciava il mio vero abisso.

 

L’aria pungeva appena. Era il mese di gennaio, il cielo era limpido, quasi argenteo e tutto appariva a festa.

Le persone all’uscita dalla Messa si salutavano sulla soglia scambiandosi un “Buona domenica” e  a passi veloci ognuno prendeva la propria direzione.

La domenica era il giorno del pranzo festivo, della riunione famigliare, del riposino pomeridiano, delle giocate a carte  e spesso del cinema insieme a mamma e papà.

Questa era la prassi che mi attendeva anche quel giorno festivo, ma qualcosa è andato per il verso sbagliato.

 

“Mi chiamo Graziella”

“Piacere io mi chiamo Mauro, sei davvero bella, questo cappottino verde ti sta molto bene”

“Grazie”

“Senti, perché non vieni a casa di mio fratello, ci beviamo qualcosa e ti faccio conoscere mia cognata”

“Grazie ma non posso. Oggi è domenica e devo andare a pranzo”

“Dai non dirmi di no, mi dispiace tanto, sei davvero carina”

“Ti ringrazio ma non posso”

“Ti prometto facciamo prestissimo, tanto mio fratello abita qua vicino”.

 

La testa mi girava, era la prima volta che ricevevo un complimento da un ragazzo, oltretutto un gran bel ragazzo. Aveva l’andatura di un cowboy, jeans bassi in vita a zampa di elefante, capigliatura alla Mick Jagger.

Si vedeva chiaramente che veniva da una famiglia benestante, non era del quartiere, non lo avevo mai visto, era quella la prima volta.

Ero lusingata, lui mi guardava con tenerezza, aveva cominciato a carezzarmi la mano mentre continuava a fissarmi negli occhi e mi convinceva a seguirlo.

Sentivo dentro di me una gioia immensa, mi giravano pensieri di riottosità verso coloro che fino al momento prima mi avevano presa in giro, ma finalmente ero stata notata da un gran bel ragazzo e potevo vantarmi con le ragazze che quotidianamente mi bullizzavano.

 

“Vieni, mio fratello abita al terzo piano”

“Non è che disturbiamo?”

“No stai tranquilla, apro io con le chiavi”

 

La casa era buia, le tapparelle abbassate, i divani coperti con teli bianchi, nessun segno di presenza umana.

 

“Non ti preoccupare, fra qualche minuto arriva mio fratello, sarà uscito con la fidanzata, tornerà subito, mi sono dimenticato di avvertirlo che sarei passato con un’amica”

“Io vado via perché è tardi e i miei mi aspettano, oggi è domenica”

“Ecco stanno suonando al campanello, sarà sicuramente lui, aspetta un attimo e usciamo insieme”

 

Alla porta apparvero due ragazzi che si salutarono con Mauro affettuosamente e ridendo si davano la pacca sulla spalla.

“Dai che oggi ci divertiamo”

Non capivo a chi fosse rivolta quella frase e non capivo cosa volesse dire, fino al “Via comincia la festa!”

“Adesso fai la brava che ci divertiamo e facciamo presto”

“Cosa volete fare?”

“Devi stare solo buona e ubbidire a me a Gino e ad Emilio, siamo tre bravi ragazzi e ci piaci a tutti e tre”

“Io devo andar via”

“Adesso ci divertiamo e poi vai via al tuo bel pranzetto domenicale”

Il loro ghigno sarcastico cominciava a mettermi paura, ma ero impossibilitata ad uscire.

La porta era chiusa a chiave e le chiavi le teneva in mano uno di loro.

Uno alla volta cominciavano a spogliarsi, a togliersi i pantaloni e le mutandine, apparivano davanti ai miei occhi con risatine e insulti, mi prendevano la mano e mi facevano toccare i loro organi sessuali.

“Dai bella, adesso spogliati che noi siamo pronti e non farci perdere tempo che siamo belli arrapati, prima fai e prima andiamo via”

“Che volete fare?”

“Niente solo divertirci, ma vedrai ti divertirai anche tu”

Il cuore mi batteva all’impazzata, le lacrime cominciavano a scendere, ma più piangevo e più si arrabbiavano e cominciavano a trattarmi come un animale.

“Visto che non ti spogli, adesso ti spogliamo noi. Dai bella non farci perdere tempo, anche noi abbiamo il pranzo domenicale con i genitori”

Un attimo, solo un attimo per capire che stavo precipitando nell’inferno, nonostante ciò ero incapace di muovermi o di strillare.

La mia testa navigava nel vuoto ed ero immobilizzata e stordita dalle risate dei tre balordi.

Intanto si erano denudati del tutto per mostrarmi il loro organo sessuale incitandomi a toccarli a turno, e sempre ridendo mi schernivano e mi spogliavano dei vestiti, mentre uno mi teneva gli altri due mi strappavano le mutandine.

In un solo secondo mi ritrovai distesa su un letto, mi avevano scaraventata sul materasso con una spinta e immediatamente il “capo” entrava dentro la mia vagina con una cattiveria immane.

 

“Tienila, falla stare ferma, tieni le gambe, tu tieni le braccia… allarga ste gambe! Faccio io e poi tocca a voi! Aooooo ma questa è vergine! Vabbè ora non lo è più e possiamo divertirci come vogliamo. Vero bambola?”

Il dolore mi arrivava alla testa, al cuore ma soprattutto alla parte intima di me stessa.

Un dolore lancinante che sapeva di sangue, di violenza, di disgusto.

Mi sentivo scollata dalla realtà e non riuscivo a comporre i cerchi della mia identità.

Uno dopo l’altro si divertivano e ridevano, mentre parlavano del pranzo domenicale che li attendeva.

“Mia madre oggi ha fatto la lasagna, ma dopo questa mattinata sono sicuro sarà ancora più buona”

“… e  ci credo… e chi se l’aspettava una domenica così? Grazie al nostro amico Mauro che è sempre dalla parte degli amici”

“Ora che ti sei divertita anche tu, te ne puoi pure andare, ma stai attenta a non dire niente a nessuno, altrimenti diciamo a tutti che sei una vera mignotta”.

Sbattuta a calci sul pianerottolo di quell’appartamento cercavo di ricostruire e capire cosa effettivamente fosse accaduto.

Ero dolorante e sentivo il sangue nelle mutandine.

Non riuscivo a piangere perché la mente si era scollegata dal mio corpo e pensavo solamente a sistemarmi e a far finta di nulla perché dovevo tornare a casa.

Nel percorso di ritorno camminavo come fossi stata ubriaca, sentivo tremare le gambe, ma dovevo, con tutta me stessa, rimanere lucida per non far capire nulla ai miei genitori.

A casa era tutto pronto, la tavola apparecchiata, buoni cibi da mangiare, classici piatti domenicali: lasagna, arrosto con patate, coca cola per me e mio fratello, un po’ di vino bianco, la frutta e per finire le classiche pastarelle della domenica, che mio padre comprava alla pasticceria sotto casa.

Non capivo ancora cosa mi era successo e perché.

In quel momento a tavola con i miei genitori e mio fratello, era come se il mio corpo non mi apparteneva più; era diventato un oggetto estraneo, qualcosa che gli altri avevano usato, ma non era mio.

Io ero altrove, proiettata nel ricordo degli anni passati al mio paese.

Una voce intanto mi svegliava da quel tormento.

Era mia madre che rivolgendosi a me mi esortava a non essere musona e a mangiare tutto il cibo senza lasciare residui, perché, mi diceva, i bambini africani non avevano tutto quel ben di Dio.

Che cos’era quel dolore che mi bruciava l’anima?

Assomigliava a un coltello conficcato nel cuore mentre sentivo le gocce di sangue che pian piano sporcavano le mutandine.

Avevo paura di alzarmi dalla sedia e pregavo il Signore di darmi la forza di far finta di niente.

Tutto era difficile quella domenica, un giorno tremendo e doloroso, ma che pensavo, sbagliando, finisse lì.

Purtroppo non era vero.

I giorni seguenti non erano tutti uguali, anche se il dolore li rendeva tali.

Quella catena che mi teneva prigioniera pesava troppo per le mie spalle di quattordicenne.

Non c’era nessuno che poteva offrirmi una chiave per uscire da quel tunnel buio in cui mi ero rannicchiata, avrei dovuto fabbricarmela da sola ma non avevo la forza.

La Roma che mi circondava così ostile e diversa dal mio paese non era certo fatta solo di giudizi affilati e sguardi di disprezzo.

Guardavo la televisione e capivo che le ragazze della mia età gridavano nelle piazze per i loro diritti, mentre io soffocavo nel silenzio di una casa che esigeva perfezione e pavimenti lucidi.

Non riuscivo a gridare come quelle ragazze della televisione, anzi, ogni giorno che passava avvertivo la paura di incontrare le bestie e mi sentivo debole, come non avessi addosso la pelle.

Un giorno tornando a casa da scuola, una mano all’altezza della spalla e una voce che già conoscevo, mi sconvolgeva l’anima:

“Ciao Graziella, come stai? Sono tornato perché mi piaci tanto. Vieni con me che ci divertiamo”

“No, non posso”

“Come non puoi, solo mezz’oretta e poi vai a casa”

“No, non posso”

“Ma si che puoi, lo so che ti piace”

“Ti ho detto di no”

“Va bene, allora vuoi che dico a tutti che sei una mignotta? Forza seguimi, dai che hai goduto anche tu”

Non sapevo cosa voleva dire con quella frase “Hai goduto anche tu” e mi chiedevo come potesse una parola legata al piacere suonare così simile a una condanna.

Per me non c’era stato nessun godimento, solo una frattura profonda tra ciò che ero e ciò che mi veniva imposto di essere.

In quel momento sotto il peso della sua mano sulla spalla e della sua minaccia, la strada intorno a me svaniva e i rumori della strada diventavano ronzii dolorosi.

Sentivo il cuore battere non nel petto, ma in gola, un battito frenetico che cercava una via d’uscita.

La parola che aveva usato “mignotta” era una minaccia per infangare il mio nome e la mia giovane età davanti a tutti, era l’arma finale.

In quella casa, la mia, dove si esigeva perfezione e pulizia, dove anche un granello di polvere sul pavimento era una colpa, il solo sospetto di una macchia sulla mia reputazione mi avrebbe distrutta ancor più di quello che ero già, per sempre.

“Lasciami stare” sussurravo con un filo di voce, priva della forza necessaria per spezzare quell’incantesimo di terrore che lui aveva tessuto.

Capivo che aveva il potere su di me.

Mi teneva la spalla per indirizzarmi dove aveva già dato appuntamento ai suoi due amici.

Io inerme lo seguivo senza ribellarmi e avevo in testa quella parola che tutti avrebbero saputo “mignotta”.

La prima volta c’era stata la paura, il battito frenetico.

Quella volta invece c’era il silenzio assoluto.

Mi sentivo scomparire come quando cancelli una scritta sulla lavagna.

Non esistevo come essere umano, assomigliavo a un mobile da spostare da una stanza a un’altra.

Non avevo voce, non avevo peso, non avevo un briciolo di dignità da difendere.

Ero come un vetro trasparente, potevo vedere il mondo davanti a me, ma il mondo non vedeva me.

Di quella casa ricordo il corridoio, un tunnel di penombra dove i mobili impolverati sembrava mi osservassero con la pena di chi capisce cosa stava per succedere.

I passi mi pesavano come se avessi avuto piombo nelle scarpe, ero diventata un’ombra portata al guinzaglio.

Davanti alla porta chiusa sentivo le voci dei suoi amici oltre il legno, risate che tagliavano il silenzio.

La mano di lui ancora sulla mia spalla era una morsa atroce, come atroce era l’intenzione degli altri due balordi che mi aspettavano già eccitati con i pantaloni abbassati.

Con una spinta fui scaraventata su un letto che giaceva in quella stanza oltre la porta di legno.

Fui accecata dalla luce della stanza, mentre in cuor mio desideravo di morire.

Avrei voluto che la morte mi avesse portata via in quel preciso istante, magari nell’inferno di Dante, dove giacevano i dannati, sicuramente un luogo e una situazione meno dolorosa di quella che stavo vivendo.

Capivo dalle risate dei tre balordi che  ero ancora disperatamente viva, e che si stavano prendendo gioco di me.

“Chi comincia? Io sono bello che pronto”

“Tocca a Mauro, è lui il capo”

“Fai la brava che facciamo presto”

Chiudevo gli occhi per cercare disperatamente di dormire e non sentire quel dolore che si conficcava dentro di me.

Era un senso di viscidume misto allo strazio, non solo fisico, ma soprattutto dentro di  me.

Mi sentivo una larva, mentre i tre balordi, uno alla volta, emettevano gemiti di piacere, e tra di loro si lodavano per la bravura e la durata dell’atto sessuale.

“Grazie Mauro, anche oggi ci hai fatto un bel regalo, questa dice che non le piace, ma vedi che sta ferma, si vede che gode anche lei e non lo vuole dire”

“Non è più vergine, quindi possiamo andare alla grande. State attenti a venire fuori, non fate cazzate”

Questo era il monito e la raccomandazione del “capo” agli altri due.

“Abbiamo finito puoi pure andare affanculo.

Stai attenta a non parlare con nessuno e vedrai che non ti succede nulla”.

Il silenzio che seguiva dopo la porta che sbatteva era sicuramente più assordante delle loro risate.

Avevo la sensazione che la mia anima si fosse ritirata in un angolo buio del soffitto e stava lì a osservare dall’alto quell’involucro di carne martoriata che una volta apparteneva a una ragazza di 14 anni.

Uscivo intorpidita e dolorante, con un’assenza di gravità che mi faceva sentire cenere, ma con la precisa idea che dovevo far finta di niente.

Nessuno, soprattutto in famiglia, doveva accorgersi del mio stato d’animo.

Mentre percorrevo la strada per tornare a casa, sentivo ancora l’odore di quella stanza come fosse un miscuglio di sudore e sperma.

Quella minaccia “Non parlare con nessuno” risuonava nella mia testa come un rintocco funebre, ma non era solo un ordine dei miei aguzzini, bensì una gabbia che io stessa stavo iniziando a costruire per proteggere qualcosa di me che non mi facesse arrivare al suicidio.

Avevo bisogno di credere che era stato tutto un sogno, non sapevo che era il secondo di una lunga serie che non accennava a finire.

A casa dovevo recitare la parte della figlia, della studentessa, della ragazza normale dal carattere chiuso, che mangiava, sorrideva poco e si coricava senza che nessuno si accorgesse delle crepe della sua anima.

Mi chiudevo in bagno cercando di cancellare la sensazione orribile di quelle mani che mi toccavano e mi tenevano ferma affinché non scappassi.

Sapevo benissimo che niente poteva lavarmi e ripulirmi di quell’atroce percezione che mi stringeva la gola.

A tavola ero pallida, mi sentivo trasparente, ma dovevo continuare a fingere.

Tornare a scuola, la mattina dopo il triste episodio, era sempre più un esercizio di invisibilità.

Camminavo in mezzo alla gente ma mi sentivo un fantasma. Qualsiasi cosa mi faceva sussultare: la paura di sentirmi la mano sulla spalla che mi ordinava di seguirlo.

Portavo addosso un orrore come fosse un marchio indelebile.

Varcare il cancello della scuola era sempre la prova più dura. Non ricordavo i compiti fatti, non ricordavo la storia né la geografia e per tutto questo venivo punita con note negative, da far firmare a casa dai miei genitori.

I compagni di classe ridevano, mi prendevano in giro e nessuno si curava di me.

In classe ero sempre con la testa china, il mio banco era l’ultimo e la mia mente era sempre altrove, in quella paura di sentire la mano poggiata sulla spalla e la voce che mi diceva : “Seguimi altrimenti sapranno tutti che sei una mignotta”.

Ogni pomeriggio a casa dopo la scuola, davanti a un quaderno o a un libro che sentivo estranei e pesanti.

Leggevo… ma non mi restava mai in mente ciò che cercavo di capire.

La storia, la geografia, erano materie che mi annoiavano e mi distraevano.

Mi piaceva invece l’italiano, era l’unico argomento che mi faceva sognare mentre studiavo.

All’epoca amavo l’Inferno di Dante perché pensavo che “colui” che mi aveva ridotto in un essere trasparente, senza volontà, il giorno della morte sarebbe sprofondato sempre più tra i nove cerchi dell’Inferno dantesco, perché la sua colpa era talmente grave da meritare di essere torturato tra i “Violenti” cioè tra coloro che avevano fatto del  male agli altri e a Dio.

A volte la mia trasparenza era un’arma a doppio taglio: nessuno poteva vedermi, io potevo però osservare tutto.

La malinconia e la tristezza che mi trascinavo erano come quando si cammina nel fango e si riesce a fatica, per ogni passo, a non affondare del tutto.

Quel buco che mi era stato inferto si allargava sempre più. Non riuscivo a gioire, non riuscivo a sorridere e ogni giorno all’uscita di scuola la sensazione della mano sulla spalla mi tormentava l’anima, e diventavo sempre più piccola più rannicchiata più trasparente.

Non so dire il lasso di tempo che passava tra un incontro e un altro, non avevo la cognizione del tempo, so solo che quando ricompariva, il mondo intorno a me ammutoliva di colpo.

Era come se il rumore della strada e le voci della gente venissero risucchiati in un vuoto pneumatico, lasciando spazio solo al battito accelerato del mio cuore che rimbombava nelle orecchie come fosse un avvertimento.

 

“Ciao come stai? Dai vieni con me, seguimi. Oggi andiamo al prato, conosco un posticino dove non ci vede nessuno perché a casa non possiamo andare, c’è mia zia con la mia fidanzatina che è venuta da Terracina”

Ricordo benissimo quegli attimi di terrore, non riuscivo a dire una parola, la saliva si fermava in bocca e come un fantasma lo seguivo nel mio silenzio e dolore più assoluto.

“Dai che ci divertiamo anche oggi”

Non gli chiedevo nemmeno se era solo o se c’erano gli altri due.

La voce non mi usciva ed ero come rassegnata al destino che oramai mi aveva abbandonata.

“Dai venite, siamo arrivati. Facciamo presto perché ho lasciato la mia fidanzata a casa con mia zia e le ho detto che avevo un po’ da fare con degli amici”

Non dimenticherò mai le risate che seguirono a questa affermazione, erano risate cattive, infernali, dirette alla sottoscritta.

“Spogliati che dobbiamo fare presto. Ehiii chi comincia?”

“Ho portato una copertina così non ci sporchiamo sull’erba, altrimenti la mia fidanzata mi fa troppe domande”

“Sei tu il capo, sempre prima a te”.

Si parlavano tra di loro di quanto fossero bravi con le fidanzatine, dei regali e delle feste per i compleanni.

In silenzio ascoltavo le loro conversazioni mentre con le mani mi toccavano e sghignazzando si pregiavano su chi avesse il pene più grosso, al fine di penetrarmi dal più grosso al più piccolo.

“Tocca a te Mauro, tu ce l’hai più grosso così noi abbiamo la strada aperta”

“Stai buona che facciamo presto”

“Tienile le mani e le braccia, io tengo le gambe”

“Allargale queste cazzo di gambe, non le stringere che è peggio!”

“Poverina sta piangendo, come se non le piacesse. O forse piangi di gioia? Ti piace vero? Dillo che ti piace!”

“Più tu piangi e più io godo!”

“Tocca a voi, io ho finito!”

Finito con le loro “bravate” mi lasciarono lì.

Ero un involucro vuoto gettato tra le ombre di quel prato che ora puzzava di terra e di marcio.

Cercavo di muovermi, ma le mie membra sembravano non appartenermi più, come se il mio corpo avesse deciso di divorziare dalla mente per non sentire il peso di ciò che era appena accaduto.

Guardavo il cielo, era ancora lì, ma non mi aveva difesa, non mi aveva abbracciata.

Anche lui era stato spettatore muto di una tragedia che stavo soffrendo.

Il dolore intanto cominciava a pulsare, ritmico e crudele e nonostante loro se ne fossero andati, una parte di me era rimasta immobilizzata in quel punto preciso, incapace di rialzarsi e cercare la strada di casa.

Mi alzai barcollando, le gambe simili a rami secchi pronti a spezzarsi. Sentivo il freddo dell’erba penetrare tra le vene ed era l’unica cosa che mi ricordava di essere viva.

Mi imposi di respirare, un polmone alla volta.

Con una lentezza che mi sembrava eterna, capivo che dovevo ricompormi, non per dignità – quella me l’avevano portata via con le loro risate – ma per necessità.

Il mio essere urlava di restare lì, di sparire tra le ombre di quel prato, ma una scintilla di rabbia mi sussurrava che non potevo morire in quel modo.

La strada di casa era un miraggio lontano, e dovevo scegliere se restare un fantasma in quel campo o permettere alla luce del cielo di vedermi per ciò che ero diventata: una vittima in cerca di salvezza.

Iniziai a camminare, un passo dopo l’altro, portando con me  il peso di un silenzio che non avrei mai più dimenticato.

Tornavo a casa facendo finta di niente, e come sempre, cercavo di ricompormi per non apparire traumatizzata o pallida.

Gli stupratori mi avevano salutata dicendo: “Ci vediamo presto e ricordati acqua in bocca”.

Arrivata a casa il rimprovero che avevo fatto tardi e chissà dove fossi stata, fu la cosa che mi accolse all’entrata.

Mi infilai subito in bagno chiudendo la porta a chiave con un gesto istintivo, secco.

Davanti allo specchio, l’inferno non era fatto di fuoco e fiamme, ma di un silenzio assordante.

Guardavo la mia immagine riflessa e non riconoscevo i miei occhi: mi apparivano vetrosi, svuotati ed era come se la mia anima si fosse ritirata in un angolo buio per non vedere il resto.

Avrei voluto urlare la violenza subita pochi minuti prima e “quell’acqua in bocca” mi suonava come fosse fiele amaro, che mi impediva  di respirare.

Mi sedetti sul bordo della vasca da bagno stringendomi le ginocchia al petto, capii in quel momento che solo un miracolo avrebbe potuto salvarmi  dal buco in cui ero caduta.

Il mio pensiero andava già alla volta dopo che li avrei incontrati e la maniera in cui avrei potuto impietosirli.

Quelle “bestie” avrebbero avuto pietà di me?

In cuor mio speravo che anche loro avessero avuto  un’anima, e forse pregandoli di non continuare e di lasciarmi perdere, avrebbero capito e accettato.

Non fu così.

I miei giorni scorrevano nel buio del vivere quotidiano.

Nulla mi faceva sorridere o vivere.

Le domeniche trascorrevano tutte uguali.

Dopo il pranzo domenicale era usanza, nel pomeriggio, andare al cinema insieme a mamma, papà e fratello.

A mio papà piacevano i film comici e all’epoca c’erano Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Andavamo al cinema ARGO, che si trovava esattamente di fronte al palazzo dove, si era consumato lo stupro, la prima volta.

La vicinanza con quel luogo che per me era l’inferno, mi faceva sobbalzare.

Ero attenta a non palesare ciò che dentro mi bruciava.

Ogni passo verso quel cinema era un passo vero il patibolo.

Mentre camminavo accanto a mio padre, che rideva pensando alle battute di Franco e Ciccio, io sentivo il respiro accorciarsi, come se l’aria intorno a quel palazzo fosse diventata improvvisamente irrespirabile.

Mi costringevo a guardare dritto, a fissare un punto lontano nell’asfalto, per evitare che i miei occhi incontrassero, anche solo per sbaglio, quel portone o quelle finestre.

Pensavo che le pareti di quell’appartamento avessero memoria, che ogni pietra gridasse quello che mi era stato fatto, mentre il resto del mondo continuava a scorrere come se nulla fosse accaduto.

La mia era una tortura invisibile: fuori ero la figlia che andava al cinema la domenica pomeriggio, dentro ero una bambina  che stava annegando nel silenzio.

La vicinanza fisica a quel luogo riapriva la ferita con una violenza inaudita, eppure dovevo restare lì, immobile nella mia finzione, prigioniera di un normale pomeriggio di festa che per me era solo il riflesso del mio inferno personale.

Solita scena, un pomeriggio, all’uscita di scuola.

“Ciao, allora che mi dici? È da un sacco di tempo che non ci vediamo! Dai andiamo, ci aspettano i miei amici e c’è una sorpresa per te!”

Oramai non rispondevo più, avevo in mente solo una frase, una maledetta frase che mi ronzava dentro al cervello: “Tutti sapranno che sei una mignotta” e come ipnotizzata lo seguivo senza ribellarmi.

I suoi ordini erano lame avvolte nel veleno. “Una sorpresa” aveva detto, e il cuore mi era salito in gola, battendo contro i denti.

I passi dei miei compagni all’uscita di scuola, che correvano a prendere il bus, mi apparivano lontani e ovattati.

Avrei voluto urlare, chiedere aiuto magari alla bidella che chiudeva il cancello, ma la voce era un nodo di vetro nella gola.

“Andiamo” ripeté lui, stringendomi il braccio con una forza che mi faceva venire la  nausea.

Camminavo come un automa e quella frase sempre in mente continuava a mangiarmi viva.

Non cercavo nemmeno vie d’uscite, ero in balia di lui e della sua mano che stringeva il mio braccio e mi trascinava verso l’inferno.

Il solito appartamento vuoto, le tende chiuse e i divani coperti da un telo.

C’era freddo in quelle stanze, un freddo che mi entrava dentro le ossa, un freddo gelido.

I suoi amici erano già dentro e questa volta c’era un terzo “amico” con il quale si facevano grandi.

Non piangevo, non dicevo nulla, ero sola e impaurita.

In quel momento avrebbero potuto anche uccidermi, sicuramente non avrei reagito.

Il mio cervello e la mia testa erano come fossero in un buco, da dove non si poteva vedere la luce.

“Dajjje raga’ comincio io, voi state qui e guardate”

“E tu” rivolto al nuovo arrivato “guarda come si fa e impara”

Mentre il “capo” era sdraiato su di me e mi aveva già penetrata, gli altri due ridevano, e il “terzo” invece – un ragazzo americano – si era girato, come a non voler assistere a quella scena.

Ero diventata un ammasso di dolore fisico e mentale mentre gli altri due, uno alla volta, abusavano di me.

Il terzo arrivato si rifiutò di partecipare al festino, adducendo la scusa che aveva mal di testa.

Naturalmente fu preso in giro dal trio!

Non so quanto tempo rimasi li.

Forse minuti, forse ore.

In una frazione di secondo avevo però percepito il dispiacere che provava il ragazzo americano perché – alla fine dello stupro dei tre bastardi – mi guardava con occhi velati di lacrime.

Quelle lacrime erano un paradosso, e come poteva esserci un briciolo di pianto in un luogo dove l’anima era stata calpestata?

Il silenzio che seguì dopo che i miei tre stupratori rimproverarono il loro “amico” per non esser stato capace, fu più pesante di un grido di dolore.

Mi riassettavo i vestiti mentre ero diventata una spettatrice del mio stesso giovane corpo.

In un attimo fui scaraventata come sempre sul pianerottolo, non piangevo, ero in una dimensione spettrale e il freddo che sentivo dentro le mie ossa, riusciva a congelare il mio pur minimo istinto di ribellione.

Mentre percorrevo la strada per ritornare a casa, una voce da dietro le spalle mi chiamava per nome e mi diceva di fermarmi: “Graziella fermati, aspetta”.

Era il ragazzo americano che si era rifiutato di unirsi ai “Tre bastardi” e prendendomi una mano mi sussurrava: “Mi dispiace”.

Una parola ridicola forse, minuscola di fronte a un abisso, eppure in quel momento risuonava come un’ancora di salvezza gettata nel buio più totale.

Mi resi conto che non era un carnefice.

Era un ragazzo educato e gentile che aveva scelto, all’ultimo istante, di restare umano.

Con la mia debole voce lo ringraziai e congedandosi da me, ricordo che mi disse: “Mi avevano detto che sei una mignotta, ma dai tuoi occhi ho capito che sei una ragazzina sprovveduta. Abbi la forza di salvarti da questi tre idioti”.

Mi lasciò con un bacio sulla guancia come si fa con i bambini.

Quel calore umano avrebbe dovuto svegliarmi dal torpore in cui vivevo, ma svanì in poco tempo, al pensiero doloroso che ero stata etichettata e presentata dai tre balordi, al loro amico americano – ancora prima che mi conoscesse – come la mignotta del quartiere.

Quella parola mi bruciava sulla pelle più di un fuoco ardente. Oramai ero ridotta a un oggetto per giustificare la loro ferocia.

Camminavo verso casa e nella mente rivedevo gli occhi di quel ragazzo buono che in me aveva visto “Una ragazzina sprovveduta”.

Un lampo di luce illuminava la mia anima, ma solo per poco tempo.

Tornavo a casa ed era difficile affrontare lo sguardo di mia madre che con piglio severo mi sgridava per il ritardo.

Dovevo affrontare la quotidianità sempre facendo finta di niente, e mi davo la forza di apparire “normale” nonostante in famiglia fossi sempre rimproverata per avere un carattere “chiuso”.

La sera prima di addormentarmi mi veniva in mente quel bacio sulla guancia, che mi era stato dato con delicatezza. Avrei voluto rincontrare quel ragazzo americano, forse mi avrebbe aiutata a ribellarmi ai tre mostri.

Purtroppo non lo vidi più.

Le mie notti trascorrevano come fossero tempesta.

La paura della luce mattutina che mi ricordava di andare a scuola, mi scuoteva il sistema nervoso.

Avrei voluto ammalarmi di una grave malattia per non uscire e non incontrare i tre balordi delinquenti.

Ogni giorno mi pesava come fosse un sasso da portare sopra la testa.

All’uscita di scuola mi guardavo intorno e pregavo di non scorgere quei visi che oramai mi sapevano di inferno, di fuoco che bruciava dentro di me.

Capivo da sola che il mio cervello, la mia testa e il mio cuore, erano oramai in balia di quella frase “Tutti sapranno che sei una mignotta”.

Vivevo a Roma oramai da quattro anni.

Pensavo al mio paese, ai miei affetti, pensavo che quel destino crudele che stavo vivendo nella città più bella del mondo, sicuramente al mio paese non sarebbe mai successo.

Pensavo ai sentimenti di tenerezza che avevo lasciato a Paternò, mentre a Roma c’era un fuoco che bruciava dentro di me: scottava, mi spaventava, sembrava volesse distruggermi, eppure non avevo il coraggio di fuggire, né di urlare.

 

 

Bruno Mancini

Bruno Mancini scrittore

Bruno Mancini Presidente DILA APS

DILA APS.it

DILA Altervista

NUSIV - Premio Otto milioni

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