Come i cinesi – volume secondo – Il nodo – La coda

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Come i cinesi – volume secondo – Il nodo – La coda

Il nodo – La coda

 La coda

Paura per questa faccia bianca.

Amore per questi segni scuri su di lei.

Era questo l’inizio di “Così e così”: la breve novella ingannatrice.

L’immersione di felicità totale che mi colse quel 26 Aprile, mentre davanti al camino bruciavo la pagina filigranata sulla quale ne avevo vergato il manoscritto e con essa il foglio di giornale sul quale era stata pubblicata, ci volle fluttuanti in una dimensione definita da un solo gesto e due sole parole: il tocco al tuo viso per asciugare il rimmel bagnato e le parole “Ridiamo, Silvia”.

Non era risultato agevole fuggire dalle abili tentazioni di cui l’Anima e il Cervello avevano saturato il mio percorso di vita precedente, strutturandolo in funzione del loro progetto di metamorfosi.

Decidendo che diventassi “uno scrittore” ed innalzandone un totem, quali unici vati avevano tentato di pretenderne la completa sudditanza da ogni altra funzione vitale e per qualsiasi espressione esistenziale.

E di certo ti avrei persa.

Al nostro immaginifico rapporto di mille e mille giorni, di dogmi e rischi (ancora loro), di comunanze, di arbitrii e di pentimenti, mai di mortificazioni e di sottomissioni, sarebbe stato spento il faro e sostituito dal folgorante chiarore dell’ambizione che penetra oltre la luce del giorno trasformando bellezze e quiete in lampi, mentre a notte, discontinuo e volubile, non indica la rotta.

Se in qualche modo avevo sentito estraneo quel racconto,

frutto del mio andare per versi e fantasie, fino ad arderlo come strega sul rogo, molto vi aveva contribuito l’istinto di sopravvivenza al quale era riuscito il bel colpo di affidare all’intuizione l’ultima difesa.

Fu infatti sola una intuizione il non riconoscermi autore consapevole.

L’odore di stampa fresca, i caratteri di geometrie ripetitive, il diverso tipo di carta, la promiscuità con altre parole e pensieri non miei: apparenze, che potevano, al limite, essere in grado di insinuare voglia di distacco, ma non certo tanto distruttive ed irrimediabili.

La vera forza per superare il miraggio mi venne dalla percezione dei tuoi atteggiamenti contraddittori. L’attenzione con cui avevi partecipato a quello che pensavo trattarsi soltanto di un gioco, l’analisi precisa per ogni più piccola modifica, i modi volutamente suadenti nel proporre, il tuo completo inserimento nel progetto e nelle tematiche, la determinazione nello stimolarmi a proseguire verso la conclusione di un tragitto che, ripeto, mi appariva non altro che la partecipazione ad una gita, ad una festa, la disponibilità, la sintonia con lo scopo che perseguivo, mi apparvero palesemente in antitesi con il particolare che fossi, nel momento della lettura del foglio di giornale, tu più emozionata di me.

Perché se un premio era venuto doveva essere un dono di allegria, di positività.

Da porre in bella mostra, come la foto di un primo giorno che stampasse collocata in evidenza te, ispiratrice indispensabile al di là della tua stessa aspettativa.

Conosci te stesso: è nel mistero di come riuscirvi che si offusca la indeterminatezza del concetto.

Può la mano conoscere se stessa?

Non può.

Né gli occhi, la bocca, uno qualsiasi dei sensi.

Neppure le parti specifiche che si dimostra sono in grado di sopravvivere espiantate dal proprio corpo, neppure il sangue e lo sperma che sapranno produrre i loro effetti per un tempo indefinito -forse eterno?-.

L’uomo è incapace, non già soltanto di conoscersi, ma finanche di vedersi.

Gli è per natura impedito di toccarsi tutto, di imporsi ordini, di disporre a proprio piacimento degli innumerevoli minimi ingranaggi biologici che lo compongono.

Eppure, una riflessione a volo d’uccello, superficiale, darebbe credito all’attendibilità dell’invito.

Avviene quando si confonde una parte col tutto, una peculiarità con un insieme e si delega a mini serie tipo: “memoria-analisi-concetto; sensazioni-sentimenti-azioni; deduzioni-idealità-moralità; ecc.”, la valutazione e la stima dei poteri e delle debolezze di specificità diversificate.

Strutturate per altri compiti.

Il riconoscimento implicito di una dittatura!

Sulla cui cima sembra posto il Cervello.

Sempre lui oltre i suoi meriti e nonostante i suoi limiti, compreso il più eclatante e assurdo che consiste nel non aver coscienza né di un sistema auto limitativo, né di un processo auto amplificante.

Così accade che altri, e non noi, ci possano meglio conoscere e riconoscere, sappiano prevedere tortuose le nostre semplicità, vaghezze i nostri assoluti, quasi sbocciando da una dimensione esoterica.

Se poi siamo stati immersi nella loro continua attenzione, allora, per questi soggetti in particolare, il nostro fumo non cresce in arrosto, le nostre lanterne non sbiadiscono in lucciole.

È stato bello constatare come anche in questa occasione si sia sviluppato tra me e te un flusso invisibile, magnetico, capace di trasformare percezioni di pericolo da una direzione, e intuito di disagio dall’altra, in azioni così concrete e tanto incisive da ottenere risultati immediati.

Avevi il rimmel bagnato -e fu per me segnale più immediato di lunghe analisi e discorsi- perché temevi ci saremmo perduti.

Infatti, nella tua assoluta libertà mentale, si era sviluppato il “conosci te stesso” nell’unica maniera valida: rovistare fin tanto da rendere confusi in un unico fardello, sia la parte di personalità da ciascuno esposta in evidenza come immagine pubblica, sia l’intimo nesso tra sé e il mondo tenuto in serbo (segregato) per prudenza e comodità, come dire il dritto col rovescio (in un cappotto la pelle e la lana).

Rovistare sì, ma essendo poi in grado di ricostruire il puzzle di dubbi e di certezze, di speranze e di timori, di smanie di fughe e di riposi.

Con un atto d’impulso ho dato fuoco.

Anche su me aveva prevalso la forma immobile e definitiva, che credevo fissata alla tua natura, sull’equilibrio instabile del cerchio che riconoscevo rappresentare la tendenza della mia indole.

Non avrei avuto altra ragione per compiere quell’atto, in balia com’ero di false certezze.

Ad un tempo giudice e vittima.

Se ho ripreso ancora a scrivere, è perché ho riconquistato, con la libertà, il piacere.

L’ambizione di poterlo fare con la smania soddisfatta di sentirmi fuori da ogni convenzione e condizionamento, per i quali lo stile, le forme, i contenuti, i “so ciò che dico” e tanti innumerevoli altri laccioli andrebbero devotamente onorati con adorazione dogmatica.

Ed anche con il distacco da accattivanti accorgimenti a beneficio di un lettore sconosciuto (fantasma preteso più importante dell’autore, se non addirittura più

protagonista dell’attore).

Libertà di scrivere e basta; scrivere come gioire o soffrire in tale solitudine e con tanta intensità da non ammettere intrusioni.

Che ci siano spettatori-lettori, ma facciano finalmente la loro parte al di là delle scene, fuori del libro!

Voglio, se capita, essere incongruente, di ermetismo duro e stupido, platealmente banale e sentimentale, se voglio.

Cantare in un idioma privo di regole e collegamenti obbligati: sintassi, grammatica, accenti, punteggiatura, che palle!

Essere così prepotente da consentirmi di non opporre resistenza neppure ai passaggi lineari e scorrevoli.

A niente.

Viva le pagine che verranno!

Sereno abbandono nel comprendere, rileggendo, i significati e le emozioni primitive, seppure a volte tanto re-inventate da non presentare più alcuna attinenza con le frasi del brano.

Piacere di sentire la solitudine mentale nella costruzione “poetica”.

L’accattivante godimento nel confrontare la mia rilettura con quella di tutti gli altri: ancora solitudine.

Un nuovo corso fatto di spontaneità ed irruenza per niente plastico e decorativo, discorde in un teorema né logico né coerente.

Paradossalmente avvilire, rendere acido il testo, per imprimere spericolatezza e vivacità alla storia con tutti i saliscendi dei suoi motivi, valorizzando quanto di essenziale in essa è innato, assecondando finanche le brutture e le deformazioni della prima stesura.

A favore della genesi originale, quantunque disarticolata e perfettibile, impropria ed imprecisa, pur sempre personale, autonoma, narcisistica.

L’emozione della prima coniatura.

Tuttavia, prima di proseguire, creando per la tua voce una immagine definitiva ed aggiungendo al tuo nome una realtà inequivocabile, dovevo accertare fino a che punto avresti voluto spingerti a rivelare ed a nascondere il privato del nostro rapporto.

Era mia intenzione parlarne con te.

-«Quasi mai la verità è più bella ed accattivante della fantasia.»

Avevi scelto la panchina sul Corso ancora sopito di gente per il pomeriggio della bella primavera che inondava di glicini gli arabeschi dei cancelli, di gerani tutti in fiore minuscoli balconi, di oleandri le aiuole della strada e ancora di fiori di limoni i giardini all’ombra dei pini -portavi un fiore di ginestra nei capelli-, anticipando, per me, l’imbarazzo della prima mossa.

-«Così come mai l’immaginazione desta stupori.»

Ricordo lo dissi sottovoce, fissando le tue gambe accavallate in posa da reclame.

Mangiavi un gelato al caffè, fumavo un sigaro italiano.

-«Tu prova, se vuoi, a muoverci nelle onde dell’oceano, ma attento alla risacca.»

Parlavi scompigliando il rosso dei capelli che tra pochi mesi avrebbe avuto riflessi più vivaci, filtrato da lunghe catture di raggi di sole.

-«Silvia, è il mare il tuo regno!»

Tolsi il braccio dalla spalliera, stringendoti.

Un giovane biondo straniero passando in bicicletta fece un cenno e rise.

Poi, sulla terrazza mai più dimenticata, insieme, la notte (sopraggiunta con lente variazioni) che scorreva in una abulia apparente, di facciata, ed io che ponevo ostacoli ad una valanga interiore tesa a costruire l’icona delle nostre essenze.

Non mi ritenevo in condizione di affrontare il rischio (ancora lui).

Quasi che un dolce sortilegio, aleggiando, mostrasse insieme alla sua caducità, il meglio di un sogno (ancora lui).

Come se il brivido intenso di essere funambolo valesse più del coraggio di scendere, anonimo, tra la gente, timbrare il biglietto d’ingresso ed in una normalità meritata, trascorrere un lembo di vita in compagnia di cose e di persone, né vaghe né oblianti.

Insieme a fatti ed intenzioni dotati di scarni incanti; sbiadito nel piccolo grande spazio consueto.

Finanche il grande problema, in quel contesto, assumeva connotati ridicoli per una soluzione semplicistica.

Mi riferisco alla probabile reazione dell’Anima e del Cervello, che liquidavo brutalmente con una decisione calma per ignavia ed impudente per presunzione: “Facciano quello che vogliono, non mi interessa!

Un ostacolo non rimosso, neppure saprei dire se per consapevolezza di forza o per semplice stanchezza.

Sul mare luccica l’astro d’argento”, meglio ascoltare il canto, confuso tra il rotolare di una carrozzella, che la balera per turisti, ancora a notte fonda, non smetteva di proporre.

Meglio guardare il cielo, ed era un cielo in parte stellato, un cielo pieno di luna ad occidente.

-«Se il foglio fosse una metafora per occultare?»

Sentivi il disagio che maturando nel silenzio mi opprimeva, e usavi intonazioni provocatorie.

Continuavo a guardare in un punto, tacendo.

Tacendo lasciasti il cuscino di finta pelle su cui eri accovacciata e riempisti di whisky un piccolo bicchiere.

Mi venisti addosso, scopristi un seno, mentre la mia v
Tacendo lasciasti il cuscino di finta pelle su cui eri accovacciata e riempisti di whisky un piccolo bicchiere.

Mi venisti addosso, scopristi un seno, mentre la mia voglia scoppiava anch’essa di solitudine.

-«Occultare cosa?

Metamorfosi?

Identità?

Simbiosi?

Inganno?

Apparenza?…»

Non dicevo altro che parole e, come compissi un sacrilegio, presi a carezzare la morbidezza che mi offrivi: più chiara delle gambe, la punta più rossa dei capelli.

È dolce toccare il corpo di una donna, era il pensiero.

A lungo fasciato da disattenzione, di una evidente semplicità, il piacere di quel gesto divenuto scoperta inattesa, si rivestiva di una dimensione erotica, intrigante, carnale.

Poiché non avevi mai consentito che mi rifugiassi in passive attese di eventi, fu logico che mi scagliassi un pungolo.

-«O vuoi lasciare intendere che il “tu” fosse riferito ad uno pseudonimo?

Una proiezione fantastica nella femminilità!»

Fu come se mi avessi detto “Sono pronta ad uscire senza moine dalla porta che vuoi”.

Come dire, “Se è stato un gioco, un esercizio di stile, può finire, sei ancora in tempo, il nostro è un segreto tuttora inviolato, e se così scegli, inviolabile.

Ma perché sentivo muovere il bacino con impercettibili segnali di invito?

Il mio, gonfiarsi, altero?

È vero: la luna, le stelle, la nuova melodia napoletana “Indifferentemente si tu m’accire nun te dico niente”, la bella mattina trascorsa su un mare d’incanto, la cena ai frutti di mare, il gelato alla panchina e la ginestra -ginestra, fiore amato dalla mia donna- che avevo posto tra i capelli.

Ma quante altre volte avevamo reso avvincente un giorno!

Dissi:-«Neppure sono certo che “tu” non sia stato, abbandonate remore pudiche, un desiderio necessario di rinascita.»

Capisti che per me non c’era ritorno, una ipotesi, unica: farlo o dimenticarti.

Ti alzasti, rallentando i battiti, dalle mie ginocchia (farfalla) come una schiava, lasciasti scivolare l’esile gonna giù, alle caviglie, e con un filo di voce:

-«Escludi anche che “tu” possa rappresentare il tragitto (un doppio binario) di una natura non definita?»

Io non risposi.

Sentivo il sesso sulle labbra; le mani stringevano i glutei che avevo imparato a desiderare in prospettive di specchi, nei tocchi discreti di creme spalmate con cura, e negli sguardi appiccicosi dei passanti, forse mi era vicino il mio  ieri, o il tuo domani, forse mi invadeva la carne per come eri stata o forse per come ero.

Candor Image. La mia candida immagine.

Di botto tutte le luci dell’isola si spensero.

Nella più fitta oscurità l’allarme di un negozio sostituì le melodie ormai prive di senso.

Mi rividi scrivere, in altre circostanze e con altre presenze, che “Gli amori sono tutti uguali, come i cinesi, ma che ciascuno riconosce il proprio per minimi dettagli, come i cinesi.

Pirata infine sazio di spericolate avventure, ammisi, in un ennesimo soliloquio, che la sessualità è uguale per tutti, come i cinesi, ciascuno però riconosce la propria per minimi dettagli, come i cinesi.

Smisi la lotta, definitivamente certo di essere la mia femminilità ed il mio maschio, che io sono “lei” “tu” “Candor” “Silvia”, un uomo una volta donna, una donna una volta uomo, perché per me non c’è definizione, io sono pluriforme maschio e femmina a volte disgiunti, a volte intricati e avviluppati in un pasticcio di impossibili tracciati stretti in un nodo di complicità inestricabili, in un nodo, un nodo, un nodo indissolubile nonostante tutti gli sforzi di auto gestione e tutte le arti di persuasione e tutti i limiti ed i condizionamenti e tutto l’amore di un’altra donna o di un altro uomo.

Come dire nonostante il mondo.

Dove tutto resta, lasciando impronte evidenti, io passo muovendomi nel vuoto, io sono l’Anima e il Cervello e so lo sbaglio di chi pensa di averne uno proprio, disponibile e muto, io non appartengo, io sono.

La scoperta del piacere di accarezzare il seno più liscio delle gambe, più rosso dei capelli, più tenero del mio tormento, divenne ansia di più profonde sensazioni, e già le labbra si aprivano ardenti e le sentivo stimolate da carezze di piuma, e già toccavo l’interno delle cosce, più su, più giù, più su dopo ogni stasi, più su in modo spregiudicato; e poi già l’ansia e la smania col respiro in affanno con il sangue in tempesta con la vita in un soffio, si mutarono in galoppante allucinazione mentre toccavo il mio sesso con voluttà sconosciuta, ossessiva puttana pazza, a gambe aperte -la star di un film a luci rosse- nella notte più stellata di prima e più di prima illuminata dalla luna.

Nel fresco frizzante dell’alba imminente il caldo della mano non concedeva sospiri.

S’avvicinava nel buio un’ambulanza.

E venni con urlo di sirena.

Più che mai sol…

Umile e folle, l’analista dell’incredibile nascere e morire non lasciò che pronunciassi l’ultima vocale, mi pose una mano sulla bocca -lo sguardo nell’Anima-, la

tolse lentamente

-«Basta!» nel Cervello-, e le sue labbra baciarono le mie.

A

P

P

A

S

S

I

O

N

A

T

A

M

E

N

T

E

 

Fine.

 

TESTO COMPLETO IN LETTURA LIBERA

Dedica – Introduzione

Ambiguità

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Il nodo

Il nodo

Così e così

Il premio

La coda

Il chioccolo del fringuello

Il chioccolo del fringuello

Come i cinesi volume secondo

Come i cinesi volume secondo di Bruno Mancini

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Come i cinesi volume secondo

seconda edizione

ID 29z5vq

ISBN 978-1-4710-5423-5

Bruno Mancini
ISBN 978-1-4710-5423-5
Versione 4 | ID 29z5vq
Creato: 13 settembre 2022
Modificato: 14 settembre 2022
Libro, 98 Pagine
Libro stampato: A5 (148 x 210 mm)
Standard Bianco e nero, 60# Bianco
Libro a copertina morbida
Lucido Copertina
Prezzo di vendita: EUR 14.00

Titolo Per Aurora volume quarto
Sottotitolo Il Libro di Sonia – Il Nodo
Collaboratori Bruno Mancini
ISBN 978-1-4710-5423-5
Marchio editoriale Lulu.com
Edizione Nuova edizione
Edizione ampliata
Licenza Tutti i diritti riservati – Licenza di copyright standard
Titolare del copyright Bruno Mancini
Anno del copyright 2022

Dialoghi, intimità, ragionamenti, passioni, le irrazionali note, cadute, catarsi, sdegni, i vari volti di un atto, gli equivoci, i nodi, le sfide, i sensi dei vinti, i come, perché, dove, se, che abbiamo macinato più contro di noi per dare che non verso di noi per avere, più sciocchi per idoli che lucidi d’esperienze, sempre senza pause catalizzatrici.

Per Aurora volume secondo

TESTO COMPLETO IN LETTURA LIBERA

Come i cinesi – volume secondo

seconda edizione

Racconti

Ambiguità

Il nodo

Il chioccolo del fringuello

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